Sfugge tra le dita – Racconto di Gori Goffredo

giugno 7, 2011 by · 2 Comments
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Lo schieramento, guidato dagli ordini abbaiati dai tribuni ed incanalato dalla presenza efficiente dei centurioni, venne completato prima che il sole fosse alto in cielo. Quinto, primo centurione della terza legione, occupò la posizione convenuta al centro della formazione ed ispezionò i soldati intorno a lui, pallidi e tirati, quasi tutti reclute al loro primo vero combattimento. Con questo gli toccava fare e con questo avrebbe fatto. Volse lo sguardo davanti a sé, proteggendosi gli occhi dal sole con la mano, e considerò le forze nemiche che li fronteggiavano: a giudicare dalle insegne doveva trattarsi di ausiliari gallici, probabilmente fanteria leggera. Una bella fortuna per le reclute che almeno non avrebbero avuto a che fare con i dannati elefanti di Annibale. Trasportate dal vento caldo che spirava da oriente, nubi nere invasero il cielo ed un acquazzone s’abbatté improvviso sull’esercito schierato. Quinto sciolse il laccio del sottogola, tolse l’elmo con la destra ed alzò il volto verso la pioggia. Con gli occhi socchiusi assaporò lo scroscio che lo bagnava, si asciugò con la sinistra e sentì l’acqua che gli sfuggiva tra le dita.

Sto guidando verso nord da un paio d’ore e ripenso all’ossario che ho visto nella cattedrale di Otranto prima di mettermi in viaggio. Orrendo, impressionante, tutto quello che si vuole, ma non posso lasciarmi fuorviare dalla commozione e dallo sconcerto che provocano i teschi ammucchiati dietro i vetri della teca. Non è questa l’energia che cerco e che forse non esiste. Il fatto è che divento vecchio ed il materialismo agnostico che da sempre m’accompagna mostra crepe fastidiose e mi trovo intrigato dall’idea che ci sia qualcosa oltre la materia che ci compone. Un’energia forse, come dicono coloro che ci credono, che io però non riesco a comprendere e definire in modo soddisfacente, perché i concetti che associo usualmente alla parola energia mi sono più d’ostacolo che d’aiuto. Mi forniscono un aggancio verso qualcosa che a volte mi sembra d’afferrare, ma che sempre mi sfugge dalle dita.

L’uscita dell’autostrada indica “Canne della battaglia”, obbedisco all’impulso ed esco. Seguo le indicazioni turistiche e mi perdo in una campagna solitaria appena ondulata. Campi gialli di grano e vigneti verdi a perdita d’occhio. Finalmente giungo ad un incongruo parcheggio deserto dove un cartello istruisce che, probabilmente, ci troviamo nella zona nella quale fu combattuta la celebre battaglia. Spengo il motore, scendo, ascolto e sento solo il fracasso delle cicale: nessuna traccia d’energia o di quello che diavolo è. Torno quasi subito in macchina e riprendo a guidare verso il prossimo ingresso dell’autostrada. Dopo pochi minuti mi fermo indeciso ad un incrocio senza indicazioni. Accosto, scendo e mi guardo intorno per vedere se posso prendere un grappolo d’uva senza suscitare la reazione di qualche sorvegliante nascosto. Trasportate dal vento caldo che spira da est, nubi nere invadono il cielo ed un acquazzone mi sorprende mentre cerco di staccare un grappolo. Lascio perdere l’uva ed alzo il volto verso la pioggia. Invece di correre al riparo della macchina, me ne sto con gli occhi socchiusi ad assaporare lo scroscio che mi bagna. Mi asciugo con la mano e sento l’acqua che mi sfugge tra le dita.

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