CRONACA DI UNA STUDENTESSA IMPOPOLARE

giugno 8, 2010 by · Commenti disabilitati su CRONACA DI UNA STUDENTESSA IMPOPOLARE
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Finalmente maggio. Noi giovanissimi studenti, avevamo aspettato con ansia il primo sole, pronti a scongelarci, a svegliarci da quello che era stato un lungo sogno invernale. Tutto era improvvisamente divenuto più luminoso, ogni cosa risplendeva di un nuovo bagliore, tutto ci incuriosiva e affascinava.

Anche quel rinomato ‘collettivo’, di cui più volte avevamo sentito parlare e che come un nuovo amore ci spaventava e intrigava al tempo stesso, apparve ai nostri occhi come un mistero che era giunto il momento di svelare. Così un mercoledì di fine maggio ci ritrovammo chiuse in un’aula del liceo, fissate da ragazzi che ammiravamo molto.

“Oggi ci sono anche le primine!” aveva esordito uno dei ragazzi di 3°B, causando all’istante sulle nostre guance un rossore che era testimone sfrontato della nostra vergogna.

Tale esclamazione aveva avviato un viaggio che avremmo affrontato per 4 anni, un percorso fatto sì di compiti e interrogazioni, ma soprattutto composito di ideali, speranze e battaglie morali.

I giorni s’inseguivano, così come i mesi, correndo veloci tra versioni di latino e problemi di geometria piana e sempre più cresceva in noi la convinzione di avere voce in capitolo nella politica scolastica e non.

Alcuni professori ci sostenevano nei piccoli passi che ogni giorno muovevamo in quel mondo fatto di circolari, assemblee, attivi e collettivi, facendoci chiaramente intendere che era giusto sperare e tentare di cambiare ciò che ostacolava la libera istruzione.

Ci sentivamo come avvocati difensori del sapere e dei diritti degli studenti e spesso cadevamo vittime di stereotipi e frasi fatte, in cui confidavamo irrazionalmente, senza conoscerne il significato.

Fu per questo che manifestazioni studentesche divennero un evento da attendere con ansia e la faccia del ‘Che’ divenne uno stendardo da seguire e ostentare.

Avevamo tanta rabbia e ancor più speranza, eravamo orgogliosi di essere studenti interessati e partecipi di tutto ciò che riguardava la scuola e un po’ malinconici per il glorioso ’68.

Una volta arrivati in quarta liceo, d’improvviso un evento scosse la tranquillità delle masse studentesche: la ‘legge Gelmini’ era stata approvata ad agosto in Parlamento.

Nel giro di pochi giorni molti studenti della Toscana e dell’Italia ottennero o rubarono le chiavi della propria scuola e mandando via baracca e burattini, divenendo perciò padroni di quel mondo che conoscevano così bene.

I professori, abituati e rassegnati alle ‘occupazioni’, continuarono a presentarsi a scuola e a firmare il registro di classe, come se la routine non fosse mai stata interrotta.

Gli studenti, invece, sperimentavano l’azione politica e si accorgevano di quanto fosse faticoso gestirla.

Nella nostra scuola si verificò nel giro di due settimane quello che l’umanità aveva sperimentato in secoli di storia: dalla monarchia, all’oligarchia, dalla monarchia costituzionale alla democrazia parlamentare, per giungere infine alla democrazia diretta, che si rivelò estremamente difficoltosa.

Per molti studenti (quasi per tutti) quei 15 giorni erano un’ottima occasione per riposarsi in vista di un lungo anno scolastico o per incrementare le loro relazioni sociali e il livello di alcool nel loro sangue. Ma per i pochi che mangiavano, dormivano, vivevano nella scuola, l’occupazione rappresentava un sogno finalmente realizzato (era vivo in loro il ricordo di tempi che erano ormai passati e trapassati) e un mezzo per urlare al Ministro il proprio disappunto.

Dopo 15 giorni di incontri e sit-in (conclusi con una meravigliosa manifestazione a Roma), fu chiaro a tutti che l’occupazione dei luoghi scolastici non aveva più senso di proseguire.

Nel collettivo, che fino allora aveva rappresentato un punto di forza dell’impegno politico degli studenti, si diffuse insoddisfazione e rassegnazione e prima uno, poi due, poi molti componenti smisero di partecipare alle riunioni, che adesso apparivano unicamente come una perdita di tempo.

La speranza iniziò ad affievolirsi ogni giorno di più, sostituita da una crescente rassegnazione alla quotidianità propriamente scolastica e la rabbia si risolse nell’accettazione della loro posizione di studenti, il cui unico dovere è quello di studiare.

Ogni tanto la malinconia ci induceva a tornare là dove ci sembrava di aver davvero iniziato a crescere, al collettivo, ma ogni volta vi trovavamo un piccolo gruppo di ragazzi che suonavano la chitarra o si preparavano per un’interrogazione. Il collettivo era morto, e con esso la voglia di manifestare le nostre idee.

Strascicammo la quotidianità fino a giugno, l’estate passò, come sempre accade, in un soffio e giungemmo così a settembre, impreparati ad affrontare l’ultimo anno.

Guardando al passato, quel giorno di fine maggio ci sembrò incredibilmente lontano e ciò alimentò in noi la voglia di ricostituire un collettivo nuovo, rinato e impegnato nella politica scolastica più che mai.

Ed ecco che il 10 ottobre, stavamo spostando i banchi delle varie classi e ci apprestavamo a scrivere, stampare e firmare fogli in cui ci caricavamo della responsabilità dell’edificio scolastico e di tutto ciò che esso conteneva: stavamo nuovamente occupando.

Ma se quella del 2008 era stata un’occupazione sperata e basata su forti ideali, quella del 2009 si presentò come un’indiscutibile testimonianza della svogliataggine della maggioranza dei ragazzi.

Le manifestazioni che si svolgevano ogni mattina a Firenze erano organizzate da piccoli gruppi di studenti, indipendenti l’uno dall’altro, i comitati organizzativi delle varie scuole erano divisi da stupidi pregiudizi e si battibeccavano durante le riunioni per ideologie propriamente partitiche.

Ben presto le occupazioni si spensero in un vergognoso silenzio, in un appiattimento delle masse studentesche.

Ma se nel 2008 tutto ciò era risultato come una sconfitta alla quale rassegnarsi, nel 2009 tale sconfitta ci ha insegnato che dobbiamo, visti i mezzi che possediamo, adoperarci nel piccolo della nostra realtà scolastica.

Le assemblee mensili, il collettivo e tutti gli apparati scolastici sono i mezzi con cui possiamo informare e coinvolgere coloro che domani saranno la società lavoratrice e votante, cioè coloro che in un vicino futuro avranno il compito di far progredire lo Stato.

Con gli anni ci stancheremo di questi discorsi un po’ scontati, ma in fondo ci crederemo sempre.

Elena Poggioni

Scusi Prof.

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Certe mattine fredde, quando arrivo a scuola alla prima ora, con gli scarponi umidi di pioggia e gli occhi ancora chiusi di sonno, mi viene voglia di buttarmi per terra, solo a vedere le facce intontite dei ragazzi e quelle immusonite dei colleghi che, in aula docenti, rispondono al buongiorno con un grugnito. Se rispondono.

In quinta, poi, i Soliti Ignoti (quelli che “Ma prof., ma non sono stato/a io!”, per capirci) dei primi banchi a destra continuano allegramente a (a scelta): dormicchiare, chiacchierare di cose assolutamente vacue, giocare a tressette, mangiare un panino con salame, maionese, tonno e fontina olandese (alle 8 del mattino!), cercare di studiare in pochi minuti quello che non hanno fatto in tempo a studiare (sic!) il giorno prima…. e di nuovo mi viene voglia di buttarmi per terra dalla disperazione. A volte, però, negli occhi di alcuni (primi banchi a sinistra) vedo baluginare qualcosa di molto simile all’attività cerebrale. Che emozione!!!!

Mirco ha gli occhi scuri, lo sguardo sveglio e un rapporto conflittuale con l’insegnante di matematica.

Mirco mi fa simpatia dal giorno in cui l’ho conosciuto. Mi ricorda in qualche modo quel Catone il Censore- di cui parlava la mia odiosa e odiata professoressa di latino e greco quando facevo il liceo- il quale pare concludesse ogni discorso in senato dichiarando:

– “Censeo Carthaginem delendam esse”.

Anche Mirco, con una costanza e una tenacia che ogni volta mi fanno sorridere, continua a concludere ogni suo intervento con un ostinato:

-“Comunque io il Vellati lo odio!”.

Antipatia, peraltro, spassionatamente ricambiata dal suddetto Vellati, docente di matematica, che, ai consigli di classe, non manca mai di sottolineare, con la pacatezza che da sempre lo contraddistingue, quanto Mirco sia strafottente e irritante. E, in ogni caso, sempre poco pertinente nei suoi interventi durante le lezioni di matematica (materia nella quale il povero studente non sembra molto versato). E, insomma, antipatico.

Comunque, a me Mirco piace proprio, alla faccia di tutti i luoghi comuni secondo cui, per gli insegnanti, gli alunni sono tutti uguali.

Mi piace anche per i suoi contributi così poco pertinenti; per le sue battute pungenti- e quelle, sì, pertinenti!-; per le sue Z al posto delle S nei compiti in classe; per quell’italiano becero e montanaro in cui si esprime; per quell’arietta innocente che tira fuori quando mi dice: “Scusi, prof.!”, dopo un rimprovero….

Stamattina l’ho incrociato per le scale, mentre scendevo per andare in 1^ B. Avevo, suppongo, la faccia incarognita che ho ogni volta che vado in 1^ B, cioè tutti i giorni.

-“Ehi, Mirco”, l’ho salutato.

-“Ehi, prof.”, ha sorriso lui. Mi ha fatto l’occhietto, poi è andato in classe a far lezione di matematica……

So’ bella solo io

L’autrice di questo racconto desidera mantenere l’anonimato

LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE – Parte terza

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LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

Parte III

La colpa non è nostra. Soprattutto se pensiamo al docente come sostantivo sinonimo di contraddizione. Quante volte ci si è sentiti dire: “Esigo rispetto!”, oppure “Vorrei vedere se a casa tua ti comporti nello stesso modo”? Molte, ne sono certa. E per quale motivo? Ma come… dai prof… è ovvio: per insegnarci il vivere civile e la buona educazione che, puntualmente, non ci viene insegnata nelle nostre case. In quelle stesse, dove noi non facciamo quelle gesta ignobili (quali poi non è dato a sapersi)! Ovvio, poi se i prof durante il collegio docenti, rispettosamente, compilano la lista della spesa, e con l’altra mano chiamano la lavanderia per accertarsi che il tailleur grigio insegnante è pronto, non c’è nulla di strano!! Ma non sia mai che in aula si usino cellulari, la mania del secolo. Chissà quanti giovani hanno contratto la tendinite acuta e lo strabismo a forza di vedere il telefonino di lato o sotto al banco per evitare di essere visti dal prof di turno, pronto a incenerire i poveri ragazzi. Il fatto è che, anatomicamente, gli insegnanti sembrerebbero anche umani, ma in realtà sono dei veri e propri mutanti che, a seconda del contesto tramutano inesorabilmente!

Non so lei, prof., ma a me è capitato, e più di una volta, di aggirarmi per i corridoi della mia scuola, spinta da un’inerzia famelica, tipo calamita vagante, attirata da ogni fonte di cibo e sangue e, cammina, cammina ecco che mi sono trovata, più volte, ad assistere gratuitamente, davanti all’aula docenti, a un incontro di wreasling, dove chi “sopravvive” ha la meglio con l’accesso all’aula computer, con la prenotazione dell’aula magna, del televisore e ad accompagnare i ragazzi alla gita meno sfigata. Puntualmente poi i prof rientrano nelle loro classi, ancora spettinati e alterati come non mai per il match e, se tornano da vincitori si lodano da soli e fanno la filippica per la tenacia che si necessita nella vita per ottenere ciò che si desidera. Invece, se sono quelli che dovranno ammuffire tra gli scavi archeologici della tuscia, anziché passeggiare sulla rambla di Barcellona, si ripresentano in classe come vittime innocenti, dopo aver, esplicitamente, mandato a quel paese i cari colleghi che hanno avuto la meglio, o come carnefici pronti a ispezionare ogni minimo movimento non permesso, e, come Medusa, pronti a pietrificarci con lo sguardo e a dirci che siamo maleducati, ignoranti… e soprattutto che ai loro tempi non c’era tutta questa volgarità a scuola!!

Prof., mi dica la verità, le è mai capitato tutto questo? Perché poi tra chi se ne va in giro a ispezionare bagni in cerca di fumatori incalliti, come ausiliari del traffico vogliosi di fare multe e chi, tra una spiegazione e l’altra, si fuma la sigaretta, tra chi pretende la puntualità e chi si presente a far lezione alle otto e quaranta, tra chi dà la possibilità di recuperare i voti fino all’ultimo e chi ritiene che la scuola finisca a maggio, tra chi non vuole che si aprano le finestre e chi a causa della menopausa spalanca porte e vetrate a dicembre, io mi sento un po’ confusa. Schiacciata dai tra. Imprigionata dall’incoerenza che insegna coerenza.

Prof., mi dica la verità, le è mai capitato tutto questo?

Già. I cari e vecchi professori potrebbero essere definiti come un immenso agglomerato di materia in disordine, un vortice pieno di contraddizioni e di affermazioni ridicole! Molte volte sono proprio questi “simpatici educatori” a cadere nelle trappole linguistiche più assurde. La professoressa d’italiano sbaglia un condizionale ma, per non cadere ancora più nel ridicolo, va avanti come se niente fosse però, tutto a un tratto, il secchione della classe alza la mano. Per la professoressa è il panico: il suo alunno modello, quello che ha sempre osannato davanti a tutti, sta per metterla in ridicolo dinanzi all’intera classe. Naturalmente, la colta donna con la veste fin sotto le ginocchia e con gli occhiali inforcati, sa che dovrebbe seguire la buona educazione – quella da lei stessa predicata – e lasciarlo parlare. Ma il suo orgoglio, lo stesso che le fa indossare quei ridicoli abiti, ha la meglio. Gli rivolge un gelido sguardo e alzando la voce gli dice di abbassare quella mano e di non disturbare la lezione. Ma il tema delle incoerenze non si esaurisce con così poco. Per esempio, quante volta a noi alunni è stato detto di non usare il telefonino in classe? Oddio, giuro, ormai ho perso il conto. Ce lo ripetono talmente tante di quelle volte che la litania parte come una specie di “onda sonora” che si diffonde nell’aria creando un disturbo nella comunicazione, come quando il cellulare sta per squillare vicino a una radio o a un altro apparecchio elettrico. Se la legge è uguale per tutti allora perché gli insegnanti possono tenere il telefono accesso durante le ore di lezione e rispondere tranquillamente se qualcuno li chiama? Risposta secca ma sincera: noi non siamo loro. Prof., a lei è mai capitato? Ma più che altro ha mai chiesto spiegazioni ai diretti interessati? Io l’ho fatto più volte e la risposta, più volte, è stata decisamente deludente. Con il mio tipico sguardo da falsa intellettuale mi sono avvicinata al professore e con una voce che più bugiarda non si può gli ho fatto notare che tenere il telefonino accesso durante la lezione andava contro la legge e contro tutte le loro infinite prediche. Dopo qualche secondo – lungo come anni – di silenzio, che aveva la forma di ceffone sonoro stampato sulla guancia, il docente, con una voce rotta, che tradiva il suo nervosismo, mi informava che anche lui, come i suoi colleghi, ha una famiglia al di fuori della scuola. È per questo atteggiamento previdente che occorre tenere il telefono a portata di mano, “non si sa mai dovesse succedere qualcosa”. Che scoperta sensazionale. Non ci sarei mai arrivata da sola. Ma la domanda mi sorge spontanea. Noi siamo, per caso, tutti orfani o nati sotto un cavolo? Non abbiamo anche noi una famiglia a cui potrebbe succedere qualcosa? In una circostanza è capitato che non tenessi per me questo domande. Le ho liberate. Ho consentito loro di materializzarsi in parole pesanti come un tomo di letteratura. Il prof ha arrancato. La mia insistenza lo stava mettendo KO. Non sapeva più quali valide tesi proporre per smontare il mio, secondo lui, patetico tentativo di giustificare la nostra “telefonino dipendenza” ma poi, all’improvviso, gli è arrivata l’illuminazione. L’insegnante ha studiato anni. Dopo aver preso la laurea, probabilmente ha fatto anche un corso di specializzazione per diventare docente e per farsi accendere le lampadine al momento giusto. Sicuramente anche il mio insegnante ha seguito queste interessanti lezioni che io immagino avere titoli suggestivi come “Psicologia della classe” o “Bullismo e cellulari: i mali del secolo”. Allora, mi ha guardata, con un arcigno sorriso, convinto che la sua argomentazione avrebbe avuto la meglio. La sua tesi vincente era l´sms. Il mio prof., con tono compiacente e paternalistico, non ha messo in dubbio l’esistenza della famiglia ma si è crogiolato nella convinzione che la nostra urgenza più grave fosse quella di mandare sms: lunghi, corti, importanti, frivoli, idioti, ma soprattutto sgrammaticati e con le faccine. Con la pancia beata e con un sorrisino fastidioso mimava le nostre piccole manine scivolare lentamente sulla tastiera dei nostri apparecchi. Tutta la classe mi ha fissato. I miei compagni aspettavano con ansia la mia contromossa. Ma lo ammetto. Non me la sono sentita. Non ce l’ho fatta a controbattere. D’altronde sono un’adolescente e ho bisogno di credere in qualcuno. Ho bisogno di pensare che sia fondamentale saper scrivere bene in italiano per vivere serenamente e trovare un lavoro in futuro. Me ne sono tornata al posto, colludendo con la sua ignoranza informatica e con la sua salvifica convinzione che gli anni non passino. Del resto per me è già dura così, figuriamoci come sarebbe se il mio professore divenisse anche depresso.

Prof . Katia Carlini – docente precario di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione

Alunna Saida Mazzarini del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Miriamo Monaco del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Paola Sensini del IVH del liceo scientifico Isacco Newton di Roma

LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE – Parte II

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LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

Parte II

Perché noi studenti dovremmo sforzarci di comprendere antichi viaggi passati e amori platonici, se i nostri “intelligentissimi” insegnanti pensano ancora che facebook o MSN siano lo strano nome di un piatto orientale?

Noi saremo anche dei testoni ma ha mai visto, prof., l’espressione di un docente dinanzi alla parola tecnologia? Oppure ha mai notato gli occhi pieni di paura quando gli esimi sono costretti a dover usare il computer? Scrivere una semplice lettera per loro diventa una specie di “mission impossible”. Le mani sudano, le guance diventano rosse, gli occhi si riempiono di terrore e la testa, se la si guarda con attenzione, inizia a “fumare”!

In fondo però non è colpa loro. Alcuni ci provano a diventare amici di questo strano strumento alieno tuttavia con scarsi, o al massimo, mediocri risultati. Ma c’è una cosa che gli insegnanti temono più del computer: i cellulari. È si prof., i cellulari, per i nostri cari insegnanti sono una zona con divieto di sosta, rimozione forzata, uno stop con divieto d’accesso ai camion guidati dai docenti. Per loro usare il T9 significa decifrare la stele di Rosetta. Non riescono a capirne il meccanismo e tutti i loro tentativi si trasformano in umilianti fallimenti. La cosa più assurda è che si perdono nelle cose più elementari. Mi è capitato di dovere ascoltare brillanti insegnanti che mi chiedevano come mettere il silenzioso, la vibrazione, salvare una foto, mettere la sveglia o addirittura come cambiare suoneria. Allora io mi domando come è possibile che io debba essere giudicata per delle abilità obsolete da chi non possiede gli strumenti per vivere il presente?

E comunque anche per tutta quella roba che puzza di muffa o al massimo di naftalina che ci propinano i nostri insegnanti, io lo confesso. Ebbene si, io sono una persona che ha bisogno di essere sollecitata. È più forte di me, non posso farci niente, non posso fare a meno di perdermi in sogni e fantasie se la realtà si presenta poco interessante. Il mondo, per me si divide in due categorie, quelli che trovano un input interno per rimanere svegli e quelli che necessitano di una pacca sulla spalla per tirare avanti. Io appartengo alla seconda specie. In classe, allora, per quelli come me è dura. Cerco in ogni modo di rimanere vigile per restare in quella parte di mondo monotona e monocorde. Cambio posizione sulla sedia, fingo di prendere appunti, scuoto il capo in cenno di assenso, faccio interventi anche se fuori luogo. Ma niente. Naturalmente i risultati sono scarsi e dopo un po’ di quel movimento incessante i folletti e le fate mi chiamano a loro. Facendo, però, un esame di coscienza non si può dare tutta la colpa ai proff poiché in fondo è anche vero che i giovani d’oggi peccano di fantasia, forse perché attualmente non gli si richiedono grandi sforzi. Non bisogna viaggiare con la mente più di tanto, basta chiedere e per magia. il desiderio si materializza in oggetto, e voilà, le jeus son fait. Ai giorni nostri è tutto materiale, non c’è più quell’immaginazione, creatività e inventiva di una volta. Forse i nostri genitori avevano più ideali, noi semplicemente abbiamo più cose. Ma se ci pensate la colpa non è nostra che siamo nati con questo pacchetto preconfezionato di griff, di tv spazzatura e quant’altro di superficiale, forse la colpa è di chi ci ha preceduto, cioè gli adulti, che hanno, fanciullescamente, permesso alle industrie, ai mass media ecc., di farci crescere in maniera disordinata e così approssimativa. È normale che non ci interessi la natura, la poesia, la filosofia, dove Parmenide non è altro che un “fattone” e Socrate il più grande spacciatore della storia. Siamo cresciuti con i gadget, ed è così che la banalità ci circonda e la sera le bambine si immedesimano nelle veline e le madri sognano un future per le loro figlie fatto di calciatori, soldi e tv.

Per favore ridatemi la mia infanzia.

Voglio tornare bambina!

Prof. Katia Carlini – docente precaria di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione;

Alunna Saida Mazzarini del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Miriamo Monaco del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Paola Sensini del IVH del liceo scientifico Isacco Newton di Roma

LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

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LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

Parte I

Due gambe, due braccia… no, non possono essere alieni… due occhi, due mani… sembrerebbe tutto in regola!

Prof. si è mai soffermata a riflettere su cosa accade, nel corso del tempo, a chi assume il titolo di docente?

Persone normalissime che intraprendono la carriera scolastica, chi per “vocazione”, chi per “rivendicazione” contro tutti gli anni passati tra i banchi di scuola a subire “violenze” psicologiche di vario tipo. Persone della porta accanto, che magari hanno anche una famiglia. Si, insomma che tornando a casa si infilano il grembiule per non sporcarsi la maglia, mentre girano il sugo che hanno preparato per il marito affamato.

Si è mai chiesta com’è possibile che i docenti appena mettano il piede nella scuola si trasformino? Delicate signore in gonnella, madri di famiglia, diventano la strega di Hansel e Gretel anche se falsamente continuano a ripetere “Non ti mangio mica”. Impeccabili e austeri professori, con il colletto inamidato e la valigetta in finta pelle, fanno a gara per assomigliare il più possibile all’incredibile Hulk, tanto che quando si infuriano, fanno scatenare un vortice danzante di sedie, banchi e cancellini, con le vene varicose sul collo che gli fanno avere una tonalità di cute simile a pomodori marci?!

Sono pronti a far tremare classi intere con il solo scorrimento del dito ben diritto, magari mezzo sudaticcio, passato sul registro a setaccio di vittime innocenti pronte per la deportazione ad Auschwitz. Sono sempre loro, pronti a scagliarsi contro gli alunni più insicuri e indifesi coinvolti nell’interrogazione, per trovare errori, orrori e difetti vari e, quando capita… la deflagrazione. Bum! Ecco che inizia il veloce scuotimento di testoline, prima a destra, poi a sinistra, di nuovo a destra e così via.

Loro che per la stragrande maggioranza dei casi votano a sinistra ma sono gli unici esseri umani con il cuore che punta verso destra, godono di una politica razziale. Trattano i poveri imbecilli come la peggior razza di extracomunitari, lasciandoli affogare nelle loro acque. Non hanno pietà nemmeno per coloro che di tanto in tanto fanno qualche battuta, così tanto per rendere più gradevole la lezione. Macchè, questi gesti istrionici vengono tacciati come maleducati, vandalici, esibizionistici, insomma da punire come se facessero parte di un gay pride.

Prof. non voglio esagerare. Non mi azzarderei mai a dire che è frequente trovare tra gli insegnanti quelle persone divenute celebri perché, colte da raptus di follia, uccidono la famiglia a sprangate. Quello che voglio dire è che dietro le lenti di questi borghesucci, con le loro piccole utilitarie, che non mancano mai alle cene organizzate dalla scuola o di pagare la loro quota per i fiori del collega morto, si celano persone che hanno capito l’inutilità del loro ruolo e che per difesa finiscono per prendersi troppo sul serio. È un sadismo nascosto il loro, che miete vittime tra le vittime. La loro azione finisce con l’assomigliare sempre più all’istinto atavico di togliere le pellicine o grattar via le crosticine non appena queste si formano. Per non parlare di quei docenti che producono volutamente delle ferite per avere più materiale da scrostare durante l’anno. Diciamo pure, con tutta onestà, che i docenti non esisterebbero se non ci fossero i discenti. Ma soprattutto che i bravi docenti non esisterebbero se non ci fossero i cattivi discenti. È un po’ come per i supereroi. Superman non avrebbe motivo di mettersi quel ridicolo costume se non ci fosse Joker. E meno che mai Spiderman sarebbe chiamato a spruzzare ragnatele ovunque se New York City non fosse in pericolo. Ecco, Prof., credo che sia proprio questo. I miei insegnanti credono di essere dei supereroi e di dover sconfiggere il male. Nel loro delirio il male dilaga ovunque e assume le sembianze della disortografia, della dislessia, della discalculia, ma cosa ancor peggior del disinteresse. Già oltre che ignoranti, sognatori, perditempo, veniamo etichettati come privi di curiosità. Se lo immagina, Prof., un tizio anonimo entra in classe con una camicetta a quadri comprata da Mas e un pantalone ascellare tenuto stretto da una cinta logora il cui perno è a un centimetro dalla fine e noi siamo quelli con poca curiosità e non aperti al nuovo?

Insomma il bue dice cornuto all’asino. E poi c’è da capire cosa intendono, queste brillanti menti, per “nuovo” se la loro novità è un argomento di storia datato 300 a.C. Ecco, questi vogliono propinarci un vestito vecchio, preso dal decrepito baule della soffitta, senza nemmeno dargli una spolverata ed esigere che noi lo indossiamo e che ci calzi a pennello. Sostengo che se lo stesso Dante fosse in vita avrebbe il mio stesso impulso di sferrare calci nel sedere al docente di turno per il modo becero e noioso con cui trasforma la sua opera in una Divina Tragedia. Non sto dicendo che in classe debba venire per forza Benigni ma, che diamine, almeno un individuo un po’ più espressivo e vitale che, senza salire sui banchi, sia in grado di catturare l’attenzione e trasmettere emozioni. Macchè! Niente! Il grigio, il vuoto. Legge o fa leggere quei versi come se si trattasse della composizione chimica del detergente intimo o del dentifricio, ai quali nessuno presta attenzione se non in bagno, nelle occasioni particolari e quando è sparita la settimana enigmistica o topolino. Prof. me lo dica lei. Come devo fare per sopravvivere?

Prof. Katia Carlini – docente precaria di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione;

Alunna Saida Mazzarini del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Miriamo Monaco del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Paola Sensini del IVH del liceo scientifico Isacco Newton di Roma

L’intervallo

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Driiin!

Il suono della campanella pervade di colpo tutta la prima K, scorre rapido e dirompente in ogni anfratto e andandosene si porta dietro quell’alone di noia che aveva permeato la classe negli ultimi minuti della terza ora.

Osservando le reazioni di quei ventuno esseri umani all’udire il suono trillante della campanella si nota un fenomeno straordinario: è come una primavera tanto agognata che piomba di botto per sostituirsi al pesante inverno che la precedeva. Questa pausa è il momento più sereno della giornata scolastica. Seppur breve, caotico e rumoroso, è come una brezza di libertà che soffia tra i banchi e che porta con sé il profumo del riposo, le risate degli amici, il sapore della merenda.

Tutto in pochi secondi.

In altrettanto poco tempo, attorno a me gli individui lasciano i ranghi per sparpagliarsi qua e là, fuori e dentro, al fine di ritemprarsi in quei dieci minuti di relax.

Si formano in brevissimo tempo svariati gruppi omogenei, nati sulle fondamenta di passioni o caratteristiche comuni.

Sicuramente il più straordinario è il cosiddetto Club delle Bische. Nonostante non si giochino soldi, il nome rende perfettamente l’idea che danno allo spettatore curioso quei ragazzi curvi sui banchi con alcune carte in mano e complesse strategie impresse nella mente. Oltre ai giocatori veri e propri altri a turno stanno a guardare, magari gustandosi un panino imbottito o scolandosi una lattina di the freddo. Trionfo e briscola sono i giochi dell’intervallo, mentre si sa che qualche accanita battaglia navale si compie clandestinamente durante lezioni particolarmente noiose, alternata ad alienanti serie di tris. Oltre alle carte, sui banchi del Club delle Bische si trova ogni sorta di merendina, bibita e cartoccio: dai pacchetti di patatine al pomodoro fino alle brioche al cioccolato, dal cappuccino alla Coca-Cola ci sono cibo e bevande a sufficienza per ingozzarsi tutti nel poco tempo a disposizione.

Lasciando gli amici giocatori, più in là c’è una sfilza di rotocalchi rosa viventi: se vuoi conoscere il più segreto pettegolezzo o la novità più interessante, siediti assieme al gruppo delle ragazze che hanno almeno una cosa da dire riguardo a chiunque, sia nel bene sia nel lato piccante del gossip. Severi giudizi, svariate opinioni e diverse idee riguardo a questo o a quello sono elargiti a ritmo incessante ed è interessante starsene zitti ad ascoltare, confrontare ogni frase con i propri pensieri e con quelli di altri che non sono presenti, per poi trarre bizzarre conclusioni sulle quali riflettere anche in seguito.

Altro spostamento: uscendo dall’aula, nel frenetico via vai dei due corridoi principali del piano terra, oltre ad una moltitudine di studenti più grandi, c’è il gruppetto che si ritrova sempre appoggiato al muro, tra l’angolo e la macchinetta che scambia le monete. A differenza dei due precedenti che abbiamo analizzato, esso è misto, composto cioè sia da ragazzi che da ragazze. Un gruppo piuttosto sconosciuto e poco frequentato dal sottoscritto nei dieci minuti d’intervallo. Non so di che cosa parlano o di che cosa non parlano: la diversità dei membri che compongono questo insieme mi offre poche basi dalle quali partire per immaginare i loro discorsi.

Ultimo gruppo è quello dei fumatori che allo squillo della campana s’infilano velocemente nei giubbotti e si recano nel cortile dell’edificio scolastico dove permeano i loro polmoni di nicotina.

Esiste poi una categoria di ragazzi che durante il tempo concesso al riposo vaga di qua e di là senza fissa appartenenza ad uno dei sopraccitati gruppi. Non so come ben definire quest’ultima compagine, della quale peraltro faccio parte, posso dire solo che così facendo ho potuto raccontare come ci si passa l’intervallo nella mia scuola.

Driiin!

Carlo Costanzelli

Il mio primo libro s’intitola Le Scatole Stregate, scritto a soli dieci anni.
Dopo la pubblicazione di alcune fiabe, nel 2007 mi avventuro per la prima volta nella dimensione del romanzo con ERA BUIO (Ed. Pendragon-Bologna)

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