Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)
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Sei anni, una vita d’inferno. Decine di litri d’acqua minerale ogni giorno, bevuti spesso di nascosto: a canna, succhiando sorsate come un bimbo affamato ciuccia dalla tetta materna.
Galeotta fu una pubblicità, sentita in un momento di particolare stress. In contemporanea la sua retina fu invasa dall’immagine di una bottiglia d’acqua minerale. Da allora, a contatto con quella pubblicità prese a sbavare, poi la gola si seccava e lui doveva bere, bere e ancora bere. Indifferente la marca, purché fosse acqua minerale. Dopo un anno la dipendenza: aguzzina sempre più spietata e capace di raffinati raggiri per schiavizzarlo.
Appena sveglio, mente e corpo correvano a ‘lei’: prima ancora di pensarla, il collo della bottiglia sfondava le paratie delle sue labbra.
I genitori prima, la moglie poi, avevano escogitato ogni stratagemma per inibirgli la bottiglia: rinunciarono a bere acqua imbottigliata. Ma lui aveva una fantasia diabolica nel camuffare bottiglie e bottigliette. I primi tempi ne chiedeva in continuazione ai coinquilini, ignari di tutto, anche se un po’ stupiti della bizzarria di questo giovanottone che mendicava acqua minerale con le scuse più inverosimili. Messi sull’avviso, si erano scatenati a elaborare le scuse più baldracche per eludere le sue richieste.
Idrano Frizzi cominciò a trascinarsi da un bar all’altro, supplicando un bicchier d’acqua: – No, non quella del rubinetto! Ho un rene solo e il calcare me lo soffoca. Mai visto mendicare l’acqua; ma dato che si accontentava di così poco, nessuno gliela negava.
Ne comperava anche, ovvio: a pacchi da sei bottiglie da due litri, che gli duravano lo spazio di un paio di film in tivù a casa sua. Già, perché uno dei risvolti più tragici dell’idrodipendenza era l’impellente e costante bisogno di fare pipì. Ne era ossessionato, tanto da non capire più quale fosse il vero dramma della sua esistenza: trovare l’acqua imbottigliata o un gabinetto dove mollarla? Non di rado si trovava nella situazione di dover svuotare la vescica senza avere a disposizione l’orinatoio. Sempre più spesso lo si vedeva dare di spalle al pubblico davanti a una pianta, a una siepe ornamentale, al fiume. Poi anche i muri cominciarono a imbibirsi dei suoi pisciosi umori: ben presto il paese assunse la tipica fragranza del territorio marcato da un gatto iperferormonico.
Fu fatto divieto assoluto ai negozianti di vendergli acqua in bottiglia e ai baristi di servirgliene o regalargliene. Cadde preda degli spacciatori, che a caro prezzo gli procuravano la sostanza proibita.
Si diede ai furti, alle rapine. Arrestato, accettò il ricovero in una comunità terapeutica. Qui finalmente svelarono il mistero: aveva un bisogno insopprimibile di fluoro e solo le acque che ne contenevano parecchie parti per milione erano in grado di saziarlo. Poi era subentrata la necessità di dosi sempre più massicce.
– Ce ne siamo resi conto – dichiarò uno degli operatori della Comunità ‘Idris salutis’ – vedendo nottetempo un fantasma fosforescente che correva verso il bagno tenendosi le mani sui genitali.
Grazie a un sapiente dosaggio, Idrano riuscì a sostituire via via il fluoro dell’acqua con quello di un farmaco. Del quale divenne dipendente ed efficacissimo testimonial. Pagato in fiale e compresse.
Ora è del tutto guarito: fa sempre il giro dei bar, ma beve solo Campari col bianco. Vizietto che lo colloca in una tranquilla normalità, socialmente accettato. Solo accennargli a quel periodo maledetto gli procura improvvisi attacchi di panico, sedati al volo con un comparino.

La simbiosi – Racconto di Giuseppe Acciaro

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su La simbiosi – Racconto di Giuseppe Acciaro
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Vanes premette il tasto play del registratore portatile per riavviare il nastro. Riascoltò soddisfatto lo scroscio delle onde del mare e il flusso sonoro pressoché costante del torrente che scorreva a pochi km da casa sua. Chiamò col cellulare Martino, il suo pastore, che si occupava delle capre e delle pecore, che lo informò sullo stato di salute di un paio di ovini. Riaccese nuovamente l’apparecchio e analizzò attentamente la registrazione, pensando all’eventualità di utilizzare quelle sonorità come parti integranti delle sue composizioni. Vanes
amava tantissimo le musiche di Brian Eno, di John Cage, Terry Riley, Steve Reich e cercava di carpirne i segreti immergendosi nei loro universi musicali.
La sera, sebbene fosse stanco dopo il lavoro, trovava quasi sempre le energie sufficienti per dedicarsi a questa sua grande passione. Quando non suonava l’organo, e dato che cenava abbastanza presto, d’estate prima dell’imbrunire camminava per un’ora e mezzo circa, arrivando in prossimità dei vari corsi che bagnavano la zona. Era sempre stato il sogno della sua vita quello di vivere in una zona ricca d’acqua e c’erano voluti degli anni e una serie di circostanze favorevoli prima che riuscisse a realizzarlo. Immergersi tra i suoni e gli elementi della natura (in primis l’acqua) costituiva lo scopo principale della sua esistenza. Vanes possedeva un carattere volitivo, e si impegnava a fondo per centrare i suoi obbiettivi. Non agiva come un panzer incurante di ogni ostacolo, ma quando gli capitava di imbattersi in alcune difficoltà, si prendeva il tempo necessario per capire come affrontarle e superarle.
Non era un gran nuotare ma amava l’acqua perché la sua presenza gli rasserenava lo spirito, indipendentemente da qualsiasi tipo di corso si trattasse. Aveva percepito questo beneficio fin da bambino, senza che nessuno lo avesse indirizzato in tal senso.
Teneva moltissimo all’equilibrio idrografico della sua zona, ed anche alla salute delle specie viventi che popolavano i corsi.
Vanes spense definitivamente il registratore e si guardò intorno. C’era un faggio che presentava una corteccia troppo sbrecciata e le foglie precocemente brunite. Si avvicinò all’albero per dargli un’occhiata più accurata poi si diresse verso il ruscello.
Sapeva che il ghiozzo, che contava diversi esemplari qualche anno prima, si stava estinguendo. Era un po’ di tempo che vedeva dei pescatori sportivi aggirarsi nei pressi del ruscello, e non aveva dubbi sul fatto che ne avessero causato una forte diminuzione.

Vanes si tolse gli stivali ed entrò in acqua, camminando lentamente sui sassi.
Un piccolo ghiozzo stava quasi immobile sul fondo. Il pesce sembrava fissarlo come a chiedergli aiuto. Vanes lo toccò, il ghiozzo ebbe un guizzo e cominciò a nuotare.
Vanes gli si affiancò, imitandolo.

Giuseppe Acciaro

L’acqua è preziosa – racconto di Fulvio Bella

giugno 10, 2011 by · 2 Comments
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Dicono che sono un uomo senza scrupoli, ma in realtà sono loro che chiamano scrupoli la loro incapacità. Dicono che venderei mia madre per 10 euro ma non sanno che in realtà è stata prima lei a vendermi, per quanti euro non so, ma sicuramente non molti e poi allora c’erano ancora le lire.

Dicono che penso solo ai soldi, questo è vero, ma c’è un pensiero più importante dei soldi?

Non si può comprare tutto, si dice, ma a me tutto non interessa; m’interessano le macchine, le ville, le donne.

Macchine, ville e donne coi soldi le compro.

Non sono un’idealista, e son ben felice di non esserlo.

Penso a tutte le balle mese in giro ai tempi del referendum sull’acqua, se seguivo le loro idee, dov’ero a quest’ora? Continuavo il mio tran tran di piccolo industriale brianzolo che si accontentava di qualche truffa bancaria, di qualche contributo europeo dirottato e cosucce del genere.

Ora invece, ecco i miei camion che partono in fila ininterrotta, come formiche metalliche, dall’acquedotto verso tutti i paesi, tutte le città. Sono stato bravo, ma anche fortunato, devo riconoscerlo. Perché al tempo non mi occupavo di politica, non me ne occupo ancora oggi a dire il vero, almeno a un certo tipo di politica; ero indifferente a tutto, figuriamoci ai referendum. Ma per fortuna l’apatia non era solo mia e i referendum non han raggiunto il quorum.

Ricordo ancora, anche se son passati ormai molti anni, la faccia depressa del portavoce di non so quale comitato per l’acqua pubblica, che diceva che a questo punto per l‘acqua si sarebbe aperta la via della speculazione.

I cittadini non si sono resi conto – affermava – di quanto in realtà l’acqua sia “preziosa”. Se ne sono resi conto invece, e bene, i pescecani”.

Sulle prime è stata la parola “pescecane” ad attirare la mia attenzione, ma poi, nemmeno fossi stato quel San Paolo sulla via di qualche cosa, è stata la frase” acqua preziosa “a mettere in moto le rotelle del mio cervello che, a dire il vero, e lo dico con orgoglio, non ho mai lasciato ferme ad oziare.

“Acqua Preziosa” vedevo già il logo, il brand, i cartelli pubblicitari.

Ho iniziato a lavorare.

Qualche quattrino da parte l’avevo, qualche credito bancario son riuscito ad ottenerlo e poi ho iniziato la “caccia”. Un Comune con le buone (“stia tranquillo, sindaco, abbasserò le tariffe, farò sconti speciali per i suoi cittadini”) , un altro con le cattive (“ho visto che c’è in appalto il servizio per la gestione dell’acqua, caro assessore; partecipo anch’io ma sappia che se non lo vinco sua figlia non sarà di certo contenta, lei ha una figlia giovane e bella, non è vero?”); un Comune con la carota (“caro assessore questo è per lei”), un Comune con il bastone (“si ricordi, caro assessore che sono in possesso di quella lettera…”).

Dai Comuni per via territoriale son passato alle Province. E stato per me come giocare a Risiko, del resto lo dice anche il proverbio “chi non risica, non rosica”.

Una Provincia, nemmeno fosse una ciliegia, ne ha tirato un’altra e tutte le Province han tirato la Regione. Una volta vinto l’appalto regionale è stato semplice moltiplicarlo per 21.

Ora i miei camion con le autobotti partono per tutta Italia a rifornire paesi e città.

I cittadini si lamentano, dicono che li prendo per il collo, mentre invece dovrebbero ringraziarmi (ma lo so come va la vita, mai aspettarsi riconoscimenti per il bene fatto); in un’estate come questa, con una siccità così grave, se non ci fosse la mia organizzazione e il mo buon cuore, non si rendono conto che rischierebbero di morire di sete?

Del resto quest’estate del 2026, dal punto di vista del caldo, è proprio un’estate record.

Che bello stare qui affacciato alla finestra e vedere le mie autobotti che partono con la loro scritta a caratteri cubitali: “Acqua Preziosa”.

Puoi essere contento di te, Ragionier Preziosa.

Nessuno avrebbe scommesso qualcosa su di te, tanto meno le insegnanti che quel titolo di ragioniere te l’hanno tirato dietro alla terza bocciatura.

Ma il merito non è tutto mio, devo ringraziare quel caro referendario col suo insistere che l’acqua è preziosa.

Si davvero ora ”l’acqua è PREZIOSA” .

Filtro d’Amore – di Valentina Tassini

giugno 10, 2011 by · 1 Comment
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Poi vorrei capire perché, su questo Pianeta, quando non si sa più chi incolpare, come realizzare soldi facili, guardarsi in qualche servizio al telegiornale e scoprire il proprio viso compiaciuto su qualche giornale ci si attacchi a cose di primaria importanza. Il mondo cade a pezzi e milioni di euro sono spesi per le schede elettorali. Dice bene mio nonno: “ I ricchi stanno in alto e cercano di guadagnare con la terra; noi poveri stiamo in basso e tiriamo avanti aggrappandoci a qualcosa in cielo”… e come dargli torto! Tra qualche giorno si voterà per la privatizzazione dell’acqua. Più il tempo scorre e meno cose ci appartengono. Per fortuna i ricordi sono i nostri e nessuno può disporre un sigillo e dire: “ dal 13 giugno 2011 non saranno più tuoi; ti saranno concessi secondo i nostri ordini e a nostro piacimento”. Quelli no, sono intoccabili. E allora voglio rendere partecipi anche voi di quello che, l’acqua, è stata in grado di creare…

Ero a San Felice Circeo per lavoro; mi avevano commissionato il restauro della Chiesa di San Felice Martire che stava cadendo a pezzi logorata dall’età e dalla guerra finita da poco. Classica Chiesa a pianta centrale che si apriva su un chiostro in cui le belle fanciulle si sedevano per ricamare o per giocare con i fratelli più piccoli. Ce n’erano molte, una più bella e sorridente dell’altra. A quell’età, in quei tempi si era più spensierati di ora ma con mille problemi in più; si doveva allontanare la tristezza della Seconda Guerra Mondiale, le persone care perse e riprendere la propria vita in mano. Ne notai una in particolare però. Distante dalle altre, ricamava seduta sul bordo della grande fontana del Centro Storico. Schivava la compagnia ed i pettegolezzi fanciulleschi. Non si lasciava infastidire se non da quel sole che sconfiggeva immergendo il suo cappello di paglia lavorato a mano in quell’acqua limpida che le scivolava sul collo fino alla schiena. Ogni goccia prendeva vita, si animava sulle sue rosee spalle come se non fosse lei a trovare sollievo dalla calura estiva con quell’acqua pubblica, ma fosse l’esatto contrario. Era una meraviglia anche se era triste. Le si leggeva negli occhioni nocciola che le mancava qualcosa e in quella forza stentata con la quale portava a casa il suo orcio pieno d’acqua verso il tramonto. Volevo parlarle, chiederle almeno il suo nome, ma la paura di turbarla era tanta. Infondo io, non ero neanche del paese. Un giorno però presi coraggio, decisi di avvicinarmi a lei e di aiutala portandole la brocca. Gioco del destino volle che quella sera non la riempì, ma prese un’altra direzione. Non sapevo se seguirla o no, se scoprire dove andasse e poi fuggire per non infastidirla. Poi raccogliendo tutta la mia forza d’animo la raggiunsi. Giungemmo in una grotta scavata dalle acque torrenziali di un piccolo fiumiciattolo nato dalle rocce del promontorio. Si tolse il cappello, sciolse la lunga chioma che le coprì quasi tutta la schiena e tolse il vestito a fiori rosa poco prima di immergersi. L’acqua l’avvolgeva giocando con i riflessi prodotti dai raggi del sole. Era limpida come il suo cuore, irrefrenabile come la sua voglia di raggiungerla, dissetante e refrigerante proprio come la sua visione. Ce ne furono altri di momenti come quelli contornati dalla paura mia d’essere invadente e dalla sua innocenza che pian piano mi fece innamorare di lei follemente. È per questo che, tua nonna ed io, ci siamo detti il nostro sì infinito a Fonte di Lucullo. Beh, forse tra un po non sarà più possibile accedere ad essa. I rubinetti verranno chiusi, le fontane saranno distrutte e le piscine naturali private di quel bene necessario a tutti noi per vivere. Se questo accadrà per tua nonna e me sarà un duro colpo”.

Nonno così raccontava tenendo fra le mani un’ampolla riempita proprio questa mattina alla Fonte per il timore di non poter più richiamare alla memoria quei bei momenti rinfrescandosi il viso o dissetandosi con quell’acqua da cui tutto aveva avuto inizio.

Non possono toglierci anche lei. Non dobbiamo permetterlo. È un bene di primaria importanza, basti pensare che i bambini per nove mesi sono immersi nell’amnios formato principalmente d’acqua, che noi siamo composti al 70 % d’acqua, che le piante, le nuvole e gli oceani sono composti d’acqua. No. Deve essere nostra….

“Here we are

struck by this river.

You and I

underneath a sky that’s ever falling down, down, down

ever falling down”.

( Brian Eno; By this river)

Orfani di un bellissimo mondo – Racconto di Graneris Bernardo

giugno 10, 2011 by · 3 Comments
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I motori marittimi, galleggiando come boe, componevano un disegno luminoso che, dai flutti, trasportava l’energia direttamente alla figura azzurra e lucida del depuratore.

Il motoscafo degli ingegneri marittimi viaggiava spedito, tra un rotore e l’altro, nel tentativo di tenere i generatori alla massima efficienza.

Io e Rivo conoscevamo bene la parziale inutilità di quel lavoro, come tutti i lavori al depuratore, del resto, ma sapevamo bene che ogni sforzo, ogni fatica, ogni sacrificio era necessario per la sopravvivenza dell’insediamento.

Ora che anche le acque marine erano state contaminate dalle radiazioni delle ciminiere la sezione del depuratore marino stava per chiudere i battenti trasferendo gran parte degli addetti ai lavori a zone più sensibili. I non qualificati, ovvero gli addetti ai lavori con tesserino giallo, sarebbero stati rimandati a casa mentre gli idonei, quegli addetti ai lavori in possesso di tesserino rosso o verde, sarebbero stati riutilizzati in qualche modo. Rivo era un cartellino giallo ma si ostinava ugualmente a sorridere tentando di cancellare l’angoscia di un mondo del lavoro sempre più cinico e spietato, incapace di offrire qualsiasi sicurezza.

Come sono i valori idrici, oggi? – mi domandò, accendendo una sigaretta.

Sempre più sballati, come al solito.

Erano passati due anni da quando avevo preso a lavorare nel laboratorio chimico e, un contratto dopo l’altro, avevo visto lentamente crollare ogni efficienza degli impianti. All’interno del depuratore tutto stava velocemente invecchiando: attrezzature, cose, persone. Tutto era un deteriorarsi, un compromettersi. Tutto veniva sfinito dal tempo e dai ritmi serrati di un lavoro fondamentale. Ogni addetto ai lavori sapeva, in fondo, quanto fosse importante mantenere gli impianti in efficienza, per la sopravvivenza dell’insediamento ed era proprio questa la ragione che ci spingeva, nonostante tutto, a compiere al meglio il nostro lavoro.

Mia sorella si è ammalata, l’altro giorno – mi disse, abbassando lo sguardo.

Idroxite? – domandai.

Idroxite – confermò con una mossa del capo.

Secondo il Times l’idroxite era diventato il degno sostituto dell’HIV solo più veloce, doloroso e letale. Era una forma di tumore che colpiva stomaco, reni e vie urinarie con la velocità di uno sciame di formiche, divorando le persone dall’interno sino a farle collassare e poi morire.

Almeno metà dell’interzona, se non dell’insediamento intero, ne soffriva.

Secondo il presidente Munillipo era una conseguenza delle contaminazioni mentre secondo mio padre era la degna punizione del Dio denaro. Dal mio punto di vista, così come da quello degli altri addetti ai lavori, era dovuto alla qualità dell’acqua, sempre più contaminata. Ogni giorno la qualità dei campioni analizzati si rivelava più bassa costringendoci a ripetere più volte i cicli di depurazione su intere cisterne di materiale. Ma non bastava mai.

La qualità dell’acqua è sempre più scadente ed i rivenditori, per le strade, la allungano con piccole quantità di acqua contaminata – commentai, tristemente.

Lo so – rispose Rivo. – Ma non possiamo analizzare ogni bicchiere d’acqua che compriamo…

… possiamo solo sperare che capiti a qualcun altro e non a noi – conclusi, abbassando lo sguardo.

Sulla spiaggia una mezza dozzina di tecnici valutava l’efficienza energetica degli impianti di alimentazione. Il tono della loro voce era così alto da far arrivare un fastidioso brusio umano sino a noi, in cima alle balconate del depuratore. Rivo lanciò la sua sigaretta verso il mare lasciandola precipitare per i venti metri che ci separavano dalla spiaggia. Uno degli uomini sollevò lo sguardo.

I dottori hanno detto che non è ancora nella forma più grave e che forse è ancora recuperabile – spiegò. – Ma per quanto? L’acqua è contaminata sempre…

“E lo sarà sempre di più”. Pensai, ma lo tenni per me.

Avremo mai speranze di salvarci da questo mondo? – mi domandò.

Guardai il mare cullare dolcemente i generatori nell’abbraccio della baia. – Non lo so, Rivo. Non ho risposte come queste. Vorrei trovare una spiegazione anche al nostro tempo, alle terre aride e desolate oltre i confini delle torri, alle motivazioni che hanno spinto i padri dei nostri padri a costruire le ciminiere e a regalarci un futuro di radiazioni e malattia, ma ogni volta che ci penso, che penso a ciò che hanno fatto, a come hanno ridotto il nostro pianeta, non riesco a credere che tutto ciò è avvenuto per un qualcosa di giusto o sensato, come dice il presidente Munillipo. E se penso che tutto ciò è stato fatto per denaro, beh, mi viene il voltastomaco.

“Questo mondo non ha problemi irrisolvibili” – disse Rivo, citando Munillipo. – “L’importante è spingere sull’economia, sul lavoro”.

Ma sono tutte cazzate, lo sappiamo benissimo che non esiste più una soluzione a nulla, né all’acqua, ne alle radiazioni, ne alla vita in generale. Siamo condannati a rimanere ancorati in questo tempo, in questo mondo, che non assomiglia più per nulla a quelle immagini che vedevamo da bambini, sui libri di storia. La verità è che siamo un’altra generazione di sofferenza e solitudine.

Rivo guardò l’insediamento, alle nostre spalle, circondata dalle alte figure delle torri, illuminate dalla debole luce del crepuscolo. Ogni cosa taceva, vista da lassù, sia l’interzona che il centro sembravano dei reperti di un tempo antico, dimenticato, quando la luce illuminava i cartelloni pubblicitari e l’acqua scorreva tra rubinetti e fontane, libera.

Siamo rimasti orfani – commentò amaramente, Rivo. – Orfani di un bellissimo mondo.

Il suono della campanella ci richiamava ai nostri posti. La pausa era finita. Era ora di tornare al lavoro.

Il pesce rosso e la sua acqua – Racconto di Lorenzo Marone

giugno 8, 2011 by · 2 Comments
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Spendiamo milioni e milioni per cercare acqua su Marte e non facciamo niente per conservarla qui e per cercarne di più per quelli che hanno sete.
José Luis Sampedro, La senda del drago, 2006

Osservo il pesce muoversi nella boccia. Il rosso delle squame si vede a malapena. L’acqua è terrea, come quella degli stagni. Il povero pesciolino respira a fatica. Non c’è quasi più ossigeno in quella sfera. Perché non cambio l’acqua da troppo tempo. Ma non è colpa mia, è che non ce n’è più di acqua. E’ finita. Così, all’improvviso. Nessuno sa perché. Nessuno sa se ritornerà mai.
All’inizio si sono utilizzate le scorte, acqua imbottigliata, aranciate, succhi di frutta, vino. Poi sono finite anche quelle e si è passati agli amari e ai liquori. Qualsiasi liquido andava bene. Quando sono finiti anche questi ultimi, è sopraggiunta un’altra fase. Quella della disperazione. E della sopravvivenza.
Dapprima ho utilizzato l’acqua ancora presente nelle tubature. Ho divelto i rubinetti, forato i tubi, sfondato le piastrelle pur di assaporarne qualche goccia. Poi, quando ho capito che non avevo altra scelta, ho bevuto l’acqua del water. Ora non mi rimane che la boccia. L’ho lasciata per ultima perché è putrida, piena di escrementi. E puzza, eccome se puzza. Ma se voglio vivere, devo bere.
Afferro la boccia con entrambe le mani e me la porto alla bocca. Una zaffata mi assale. E’ odore di feci e ammoniaca. Escrementi e urina.
Chiudo gli occhi e faccio un lungo sorso. Avverto in bocca una strana poltiglia. Continuo a bere. Fin quando anche il povero pesce è risucchiato dalla mia avidità. Lo sento muoversi sulla lingua, cercare di scappare. Ma non può. Lo mando giù insieme all’ultimo sorso di acqua. Dovrei sentirmi meglio, ma non è così. La nausea è troppo forte. Devo rimettere. Mi avvio velocemente in bagno, ma non ci arrivo. Vomito sul parquet. Prima l’acqua con gli escrementi. Poi il pesce. Lo sento ancora una volta in bocca, avverto le scaglie pizzicarmi la lingua. Non riesco più a respirare. Sto per svenire.
Poi mi sveglio. Il pigiama impregnato di sudore, il respiro irregolare e una sensazione strana alla bocca dello stomaco. Guardo l’orologio. Sono le sette del mattino. Un incubo. È stato solo un immenso incubo. Meno male.
Devo bere. Corro in cucina e mi sembra di rinascere. Acqua limpida e fresca che invade la gola, che inebria il corpo. Acqua che scorre libera, senza freni, solo per me. Mi basta aprire il rubinetto. Sorrido, ripensando alla boccia e al pesce rosso. Alla disperazione che mi aveva assalito. Mi sfioro le labbra non più screpolate. È tutto svanito.
Mi disseto fino a che non sento lo stomaco gonfiarsi. Poi squilla il telefonino. Spero non sia già un cliente. Vado a rispondere. È un cliente. Resto un quarto d’ora al telefono.
Nel frattempo non ho chiuso il rubinetto.
L’acqua continua a scorrere.

 Lorenzo Marone

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