Tratti che mutano – Racconto di Giuseppe Acciaro

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su Tratti che mutano – Racconto di Giuseppe Acciaro
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Allora vi facevo meno caso, anche perché data la mia giovane età non avevo tanti elementi per fare dei raffronti, ma ripensandoci ora i visi dei miei compagni di classe presentavano una discreta varietà di fisionomie, dai triangolari a quelli piatti, aguzzi, rotondi…Alcuni erano già piuttosto definiti, a tal punto che rivedendoli in circostanze casuali e a distanza di tanti anni sembravano sostanzialmente immutati. C’erano bambini provenienti da diverse regioni d’Italia, e anche questo fattore aveva la sua importanza riguardo ai lineamenti del volto. Non ci si studiava l’un l’altro freddamente, altre istanze avevano il sopravvento. Le facce cambiarono durante il triennio delle medie, una maggiore competitività e in alcuni casi un’in- sorgente arroganza influivano sugli atteggiamenti e gli sguardi. Non si era più sulla stessa barca, i giudizi si facevano più estremi, più asprezze che gentilezze, giudizi frettolosi anche taciti, ma eloquenti dalle espressioni. Quindi si cercavano altre facce che non facessero parte dei rapporti obbligati, che manifestassero altre disposizioni d’animo, era necessario aprirsi ad altri contesti. Intanto le mode uniformavano i ragazzi, i capelli a caschetto, il taglio punk…I tratti dei visi sovente si confondono, e il linguaggio divenuto più gergale non aiuta all’affermarsi di un’identità. In seguito tante facce adeguate ai lavori, alle professioni, fin troppo consone, togliendo tante la sorpresa di trovarsi di fronte ad un viso che contrasta con un determinato ambiente. Aumentano le teste rasate, le barbette caprine o quelle che mascherano i lineamenti. I tratti sono sempre meno leggibili e c’è un bisogno assoluto di facce nuove che alimentino spinte vitali, che suscitino interesse…

Quante facce – di Claudia Palombo

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su Quante facce – di Claudia Palombo
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Quante facce, tante facce

Più mi giro più mi piace

Vedere volti bianchi e neri

Volti finti e volti veri.

Intanto piango e rido insieme

La faccia del mio lui è volata come un seme

Stavamo in un campo ed addio, speme!

Facce belle o brutte

Guai a chi ti butta

Io vi colleziono tutte!

L’Urlo – racconto di Alice Grieco

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su L’Urlo – racconto di Alice Grieco
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Stavamo semplicemente sfogliando un libro. Sembrava una giornata come un’altra. Mia madre amava i libri, amava leggere, amava la musica e amava qualsiasi cosa potesse definirsi arte e soprattutto amava dare un’ occhiata a qualche pagina prima di andarsi a coricare. Spesso e volentieri amava fare tutte queste cose in compagnia e, essendo suo marito di certo meno interessato a tali passatempi, l’unica che le rimaneva era io. Anche se non ero abbastanza matura per certe cose e non potevo di certo comprendere la maggior parte delle cose che mi spiegava, amavo ascoltare i suoi racconti, amavo quando mi spiegava ogni particolare di un quadro; il suono della sua voce quando parlava di arte era così melodioso da non poter non essere ascoltato. Quel giorno, stava vedendo e mi stava spiegando con la sua solita passione il quadro di Munch.
“Questo si chiama “l’urlo”, tesoro. Questo è uno dei capolavori più grandi della storia dell’arte. I colori, i soggetti, le emozioni che trasmette sono uniche. Un uomo che si perde in se stesso, un uomo che ha paura e che urla, ma nessuno mai lo sentirà. È confuso nella sua solitudine, è avvolto da mille angosce, le sue mani sono protese sulle guance, gli occhi sono spalancati. Il suo viso. Il suo viso non c’è più. Di lui rimane solo il suo scheletro perché la paura lo ha divorato. I colori del cielo esprimono il suo sgomento di fronte alla vita.”
Era sera. Mio padre rientrò più tardi del solito e anche più ubriaco del solito, sentii i passi gravare sul pavimento, lo sentii asciugarsi le scarpe bagnate sul tappetino all’ingresso, lo sentii appoggiare la giacca fradicia all’appendiabiti in modo maldestro, sentii l’odore della sigaretta che fumava, sentii l’odore di alcol che lo accompagnava, sentii l’affanno del suo respiro, quasi potei sentire il battito del suo cuore e il pulsare del suo sangue. Mia madre lo guardò impaurita. I suoi occhi. Le sue labbra. Il suo volto. Dentro di lei sono sicura che anche lei stava urlando. Mi accompagnò velocemente in camera mia e chiuse la porta. Potevo solo sentire. Urla, urla vere. Schiaffi, insulti, poi silenzi improvvisi e dopo ancora grida, soffocate da… non so precisamente da cosa, un cuscino? Un fazzoletto? La sua mano? Tutto soffocato nel silenzio.
Feci fatica a dormire quella notte, ma ci riuscii e sognai. La notte è sempre stato per me il momento più piacevole, l’unico in cui non mi sentissi completamente sola. Nella mia mente si materializzavano persone che conoscevo o no. Quella notte sognai il volto di mia madre, bello, estremamente affascinante, con i suoi occhi azzurri che riempivano il cielo e i leggeri capelli biondi che le scendevano sulle gote. La immaginavo sempre con un libro in mano, oppure mentre suonava il pianoforte, o solamente immaginavo che mi parlasse e solo questo mi tranquillizzava. Ma quel sogno presto fu un incubo. Il suo volto da un’aurea angelica acquistò un’altra tonalità. Il terrore lo sconvolse, i suoi occhi erano spalancati e privi di quella sua solita luce, le mani tremanti, la pelle pallida e gridava. Urlava e supplicava aiuto, ma in silenzio. In un tremendo e imbarazzante silenzio.
Mi riconoscevo in quella sua solitudine, infatti chi meglio di me poteva sentirsi sola. Anche io sarei invecchiata nel dolore più velocemente di quanto la natura avrebbe progettato per me, anche io sarei stata consumata dal terrore, anche io mi sentivo sola. Un urlo mi ha dato il respiro alla nascita e un urlo me lo toglierà alla morte. Potevo solo immaginare il viso di mia madre al di là della porta appena mi svegliai, ma fu sufficiente. Quella era l’ultima sera che aveva potuto passare insieme a me, l’ultimo momento in cui potei sentire la sua dolce voce. La portarono in ospedale e quanti giorni passarono prima della sua morte solo Dio lo sa.
Mi sentivo sola, inutile, insignificante. Stavo urlando? E allora, perché nessuno vedeva il mio volto urlare come io vedevo quello di mia madre?
Ma in fondo, cos è un volto? Una persona può essere incredibilmente triste e angosciata, ma saper nascondere gli indizi esteriori del suo malessere. Oppure può essere così felice e serena da manifestare tutto il suo benessere dai suoi occhi, ma probabilmente passeggiando per strada nessuno lo noterà per questo. Nessuno capisce l’importanza degli altri. Nessuno capisce l’importanza di cose che sembrano scontate. Io sono una ragazza cieca, che a 17 anni ha sentito le urla della madre morente, ha odorato il profumo del suo assassino, ha toccato il volto di questi due per anni senza poterlo mai vedere, ma potendolo solo immaginare. Nella mia testa fluttuava il viso di un’ improvvisa bestia, di un demone, che annebbiato nei sensi, chi sa per quale motivo, se la prese con un angelo. E allora cos è un volto? L’assassino notturno nel giorno era un perfetto padre, un marito migliore, un viso meno teso. La sua vittima rimaneva bella e candida nella sua innocenza pur essendo il suo viso invecchiato dal terrore. Il viso è quello che vi vedete allo specchio, quello che vi convincete di essere, è apparenza. Potrebbe rispecchiare la realtà o meno. Nell’urlo di Munch, il viso del protagonista è stato corroso, rimane la schietta realtà del suo dolore e della sua angoscia e io il mio viso non lo vedo, posso vedere solo la sconfitta.

Preghiere per un’amica – Racconto di Susanna Boccalari

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Preghiere per un’amica – Racconto di Susanna Boccalari
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Selima non aveva età: chi da anni si fermava per una sosta nella piccola oasi ai margini del deserto ricorda di averla sempre vista lì, davanti alla sua tenda, con gli otri di acqua fresca, del the profumato e ristoratore, e piccoli pani, da gustare con qualche dattero dolce e morbido.
Offriva questi piccoli doni ai turisti o ai nomadi del deserto con i gesti semplici di chi divide quello che ha con gioia, ma per un grande dono, quello dell’acqua, i gesti erano solenni, perché un bene così prezioso merita di essere donato con i riti tramandati dagli antichi adoratori dell’acqua.
Era diventata per tutti la custode del giardino e, nei racconti notturni dei viaggiatori, anche della fonte che alimentava il pozzo dell’oasi.

Ogni anno, sempre negli stessi giorni che il suo calendario interiore ben ricordava, Selima metteva in una sacca un po’ di cibo, di acqua, una piccola fascina di sottili rami secchi, una coperta e partiva per il suo personale pellegrinaggio.
La strada che solo lei sembrava intravedere tra le dune, la portava ad una bassa collinetta rocciosa dove, nella frescura di una grotta ben nascosta, sgorgava la sorgente d’acqua del suo pozzo.
La grotta era buia, piena di strani rumori e del suono meraviglioso di un rigagnolo d’acqua limpida e fredda che scorre tra i sassi, prima di inabissarsi sotto le rocce e la sabbia.
La lanterna di Selima faceva ben poca luce, ma quando arrivava al centro della grotta, i quarzi e le altre pietre rese lucide dalle gocce d’acqua che sprizzavano dal torrentello catturavano quella luce e l’ambiente angusto e freddo si trasformava in un mondo meraviglioso, dove i colori parevano rincorrersi tra loro e dove si formavano, per magia, mille arcobaleni.

Nella grotta Selima si sentiva bene, gli acciacchi che ogni anno sembravano allungare la strada per arrivare alla grotta, per incanto sparivano: nella pozza d’acqua calma che si era formata con gli anni a fianco della sorgente non vedeva il riflesso di un viso scuro e rugoso, ma quello di una giovane donna, bellissima e orgogliosa, che aveva deciso di dedicare la sua vita a quella sorgente, vivendo in povertà la ricchezza che scaturiva dalla roccia.

Ma quest’anno Selima è preoccupata: l’acqua del pozzo da qualche giorno ha uno strano sapore, il vento del deserto porta nuovi odori, sgradevoli e il livello del pozzo è calato.
La donna decide di andare a controllare la sorgente: nelle ossa sente uno strano presagio e nel cuore un peso che non l’abbandona.
Quando arriva in prossimità della collinetta il cuore sembra impazzirle nel petto: molti uomini sono al lavoro accanto a strani macchinari con cui stanno scavando, sollevando nuvole di polvere finissima. Dalle macchine escono fumi e odori puzzolenti che ammorbano l’aria: sebbene si sia allontanata pochissime volte dalla sua oasi, ha già visto in altri luoghi quelle cose, sa che presto della sua collinetta e della fonte non rimarrà nulla.
Gli uomini hanno trovato la fonte di un altro bene prezioso, per loro più prezioso dell’acqua: il petrolio.

Si avvicina a uno degli operai: per fortuna parla il suo dialetto e le spiega che non c’è niente da fare, per salvare la fonte. La collinetta sparirà, la faranno saltare con gli esplosivi, per costruire una strada e per posare un lunghissimo tubo che porterà il petrolio molto, molto lontano.
Quando lei spiega quanto preziosa sia quell’acqua per l’oasi, per i viaggiatori, per il villaggio vicino, l’uomo alza le spalle, indifferente.
Selima sente salire dentro di sé una rabbia enorme, che niente sembra essere in grado di fermare.
Si butta contro i macchinari, contro quegli uomini che non capiscono nulla, troppo impegnati a scrutare il pozzo del petrolio, cerca di graffiarli, di distruggere le loro carte, le loro tende. Urla fino a non avere più voce.
Una furia, che nessuno ha il coraggio di affrontare: basterebbe poco per fermare quelle quattro ossa fragili, ma farle del male non gioverebbe certo alla Compagnia.
Quando finalmente riescono a calmarla e a portarla in una tenda, Selima sente il capo del campo che parla con qualcuno che sta molto lontano e capisce che lei è un problema. Gli uomini del posto sanno quanto sia considerata Selima, quanto siano radicate certe tradizioni e superstizioni. Se Selima morisse, dovrebbero andarsere, abbandonare il campo: nessuno vorrebbe più lavorarci e sicuramente la maledizione della sua morte ricadrebbe sul pozzo.
Ma gli uomini che venivano da lontano si misero a ridere, fino alle lacrime, sentendo quelle storie e fecero tornare tutti al lavoro, dimenticandosi di Selima, che in preda alla disperazione, cominciò a gironzolare per il campo, in cerca di un’idea per fermare quello scempio.
Fu solo quanto arrivò accanto ad una casupola con degli strani cartelli alla porta che seppe cosa fare.
Gli uomini parlavano fitto fitto, ridacchiando e confabulando, ma Selima riuscì a capire quel che bastava: quando se ne furono andati, senza preoccuparsi di chiudere la porticina, la donna entrò furtiva, si impossessò di una piccola scatola che era stata riposta in un pesante armadio, con la chiave lasciata nella toppa, e con cautela si nascose dietro ad alcune rocce.

Nella notte, quando il sonno prese possesso del campo, l’ombra silenziosa di Selima arrivò fino alla fonte: recitò le preghiere più dolci e profonde che ricordava, chiese perdono all’acqua per il male che gli uomini le avrebbero fatto, si lavò con cura nel minuscolo laghetto, sistemò in un angolo le sue cose e si avviò verso il pozzo di petrolio, dove alcuni mostri di ferro attendevano pazienti gli operai.
Cominciò ad urlare, svegliò tutti gli operai: si accesero grandi luci, che cercarono nel buio della notte la donna. La videro avvicinarsi cautamente al pozzo che stavano scavando, riconobbero la scatola che teneva quasi teneramente tra le braccia. Quando capirono le sue intenzioni, cercarono scampo nella fuga, in preda al panico.
Salima adesso non aveva più paura e non provava pietà per quello che sarebbe successo a quegli uomini: loro non avevano voluto capire e meritavano di morire.
Un ultimo passo e Salima cadde dentro al foro, abbastanza grande per la sua esile figura.
La nitroglicerina contenuta della scatola esplose: ben poco rimase del campo, nessuno potè prendersela con gli operai che inavvertitamente avevano scordato di chiudere l’armadio dove era conservato l’esplosivo, nessuno ebbe il tempo per chiedersi se fosse davvero quella la maledizione per non aver rispetto della natura.
La grotta crollò quasi interamente, ma pochi giorni dopo una nuova piccola sorgente si fece largo tra pietre e sabbia… piccola, gentile, fresca e con una storia nuova da raccontare a chi aveva la pazienza e l’umiltà di ascoltare.

L’acqua non disseta, se è pubblica – Racconto di Trap (pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su L’acqua non disseta, se è pubblica – Racconto di Trap (pseudonimo)
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L’orologio gli dice: tre giorni. Senz’acqua. Senza cibo. Bendato, imbavagliato. Poi abbandonato nudo (prono, prostrato) s’un’isola immacolata (oceano indiano?).

Fazzoletto di sabbia incandescente. Al centro una palma, altissima. In cima: oggetti luccicanti (bottiglie di acqua?).

Si mette carponi, quasi striscia. Barba ispida, capelli come rovi. Occhi come vuoti a perdere.

Il riverbero della sabbia lo marchia a fuoco. Lento.

Vede uno zainetto, a venti metri da lui. La lingua porta poche gocce di saliva alle labbra.

Lo raggiunge prosciugato di energie come Filippide dopo Maratona. Dentro ci sono:

2 scatole di alici sotto sale,

3 pacchetti di arachidi salate,

1 confezione di cracker salati,

½ kg di gorgonzola saporito,

1 sacchetto di stoffa con pecorino di fossa,

2 vasetti di peperoncini farciti con capperi e acciughe,

1 salame piccante.

1 bottiglia di vodka al peperoncino.

Il sole brucia la pelle, la screpola: calanchi scavati da unghioni incandescenti. La palma non fa ombra.

Mangia

Mastica

Lento

Deglutisce

a fatica.

Buio. Luce.

Buio. Luce.

Ha consumato tutto il cibo: labbra e angoli della bocca sono crepacci carsici.

La bottiglia della vodka è vuota.

Fissa ebete la cima della palma, sbrilluccicante.

Con sforzo estremo si trascina al mare. Beve con avidità il veleno salato.

Cerca di mettersi in ginocchio: vertigini, palpitazioni.

Occhi a fuoco sul nulla.

A fuoco.

Perde coscienza.

Muore.

Screpolato come il Salar de Uyuni.

– La scena finale la taglierei: stop quando sta per ingozzarsi di acqua di mare. Poi, l’attore che s’inebria della nostra Dissetella: muscoloso, ben pettinato, pelle fresca, tonica, abbronzata. Sguardo immerso nella contemplazione del piacere fisico. Lo slogan…?

– Di sete non morrai se a garganella

berrai estate e inverno Dissetella. E’ scientificamente provato che almeno il 70% della popolazione mondiale non riuscirà più a bere normale acqua, del rubinetto o imbottigliata che sia. Quelli che invocavano l’acqua come risorsa a disposizione di tutti, saranno finalmente contenti: non la vorrà più nessuno! E noi saremo ricchi più dei petrolieri.

Grande! Ah, geniale anche l’idea delle telecamere piazzate in cima alla palma: è morto senza accorgersi di niente.

Fontana pubblica privata di acqua – Racconto di Trap (pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Fontana pubblica privata di acqua – Racconto di Trap (pseudonimo)
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Drof, drop, droch, droffete, droppete, drocchete, drdrdr…
C’è una fontana che perde perdio, è uno scialo di denaro pubblico e i negretti muoiono di sete laggiù in Africa. Dov’è?
E’ giù nel cortile, la povera fontana malata. Che spasimo sentirla tossire. Tossisce, tossisce, un poco tace. Di nuovo tossisce. Come un catarroso vecchio senza senso.
Fino a ieri rigogliosa dispensatrice di sollievo, di refrigerio per grandi e piccini, per umili e potenti, ricchi e poveri. Uguale per tutti e per tutti allo stesso costo: un grazie dal cuore.
Povera fontana, il male che tu hai mi opprime il cuore.
Tace, non getta giù nulla. Tace, non si sente rumore di sorta. Che forse… che forse sia morta?
Diceva che spreco! che spreco! e allora ha strozzato il condotto.
Orrore! Ah no, rieccola, ancora tossisce.
Drof, drop, droch, droffete, droppete, drdrdr…
E’ viva, ma… la tisi la uccide, priva di forze. Dio santo, quel suo eterno tossire mi fa morire, un poco va bene, si sopporta, ma così tanto…
Che lagna!
diceva ma andate, correte, chiudete la fontana, anche la fonte, mi uccide quel suo eterno tossire! Andate, mettete qualcosa per farla finire, magari morire. Ogni goccia che perde, così senza costrutto è una goccia sprecata del mio sangue!
Madonna, Gesù, non più! Mia povera fontana, col male che hai finisce che uccidi me pure.
Drof, drop, droch, droffete, droppete, drocchete, drdrdr…
Son venuti, che bello, vestiti con tute, con ferri e congegni han risolto il problema. Adesso non goccia, non più, la fontana, non esce più l’acqua, però c’è un cartello che dice Inserisci la monetina, avrai tutta l’acqua per ben un minuto!
Che bello che più non ha colpi di tosse la mia fontanella laggiù nel cortile. Che pace che quiete che regna sovrana, non più quello scorrere d’acqua continua o quel gocciolio nemico del sonno. Bastava assai poco per questo trionfo: che l’acqua portasse a qualcuno profitto.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…

P.S. Solo per estremo scrupolo preciso che il testo si ispira con ogni evidenza e con la massima riverenza alla poesia ‘Fontana malata’ di Aldo Palazzeschi.

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