Filtro d’Amore – di Valentina Tassini

giugno 10, 2011 by · 1 Comment
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Poi vorrei capire perché, su questo Pianeta, quando non si sa più chi incolpare, come realizzare soldi facili, guardarsi in qualche servizio al telegiornale e scoprire il proprio viso compiaciuto su qualche giornale ci si attacchi a cose di primaria importanza. Il mondo cade a pezzi e milioni di euro sono spesi per le schede elettorali. Dice bene mio nonno: “ I ricchi stanno in alto e cercano di guadagnare con la terra; noi poveri stiamo in basso e tiriamo avanti aggrappandoci a qualcosa in cielo”… e come dargli torto! Tra qualche giorno si voterà per la privatizzazione dell’acqua. Più il tempo scorre e meno cose ci appartengono. Per fortuna i ricordi sono i nostri e nessuno può disporre un sigillo e dire: “ dal 13 giugno 2011 non saranno più tuoi; ti saranno concessi secondo i nostri ordini e a nostro piacimento”. Quelli no, sono intoccabili. E allora voglio rendere partecipi anche voi di quello che, l’acqua, è stata in grado di creare…

Ero a San Felice Circeo per lavoro; mi avevano commissionato il restauro della Chiesa di San Felice Martire che stava cadendo a pezzi logorata dall’età e dalla guerra finita da poco. Classica Chiesa a pianta centrale che si apriva su un chiostro in cui le belle fanciulle si sedevano per ricamare o per giocare con i fratelli più piccoli. Ce n’erano molte, una più bella e sorridente dell’altra. A quell’età, in quei tempi si era più spensierati di ora ma con mille problemi in più; si doveva allontanare la tristezza della Seconda Guerra Mondiale, le persone care perse e riprendere la propria vita in mano. Ne notai una in particolare però. Distante dalle altre, ricamava seduta sul bordo della grande fontana del Centro Storico. Schivava la compagnia ed i pettegolezzi fanciulleschi. Non si lasciava infastidire se non da quel sole che sconfiggeva immergendo il suo cappello di paglia lavorato a mano in quell’acqua limpida che le scivolava sul collo fino alla schiena. Ogni goccia prendeva vita, si animava sulle sue rosee spalle come se non fosse lei a trovare sollievo dalla calura estiva con quell’acqua pubblica, ma fosse l’esatto contrario. Era una meraviglia anche se era triste. Le si leggeva negli occhioni nocciola che le mancava qualcosa e in quella forza stentata con la quale portava a casa il suo orcio pieno d’acqua verso il tramonto. Volevo parlarle, chiederle almeno il suo nome, ma la paura di turbarla era tanta. Infondo io, non ero neanche del paese. Un giorno però presi coraggio, decisi di avvicinarmi a lei e di aiutala portandole la brocca. Gioco del destino volle che quella sera non la riempì, ma prese un’altra direzione. Non sapevo se seguirla o no, se scoprire dove andasse e poi fuggire per non infastidirla. Poi raccogliendo tutta la mia forza d’animo la raggiunsi. Giungemmo in una grotta scavata dalle acque torrenziali di un piccolo fiumiciattolo nato dalle rocce del promontorio. Si tolse il cappello, sciolse la lunga chioma che le coprì quasi tutta la schiena e tolse il vestito a fiori rosa poco prima di immergersi. L’acqua l’avvolgeva giocando con i riflessi prodotti dai raggi del sole. Era limpida come il suo cuore, irrefrenabile come la sua voglia di raggiungerla, dissetante e refrigerante proprio come la sua visione. Ce ne furono altri di momenti come quelli contornati dalla paura mia d’essere invadente e dalla sua innocenza che pian piano mi fece innamorare di lei follemente. È per questo che, tua nonna ed io, ci siamo detti il nostro sì infinito a Fonte di Lucullo. Beh, forse tra un po non sarà più possibile accedere ad essa. I rubinetti verranno chiusi, le fontane saranno distrutte e le piscine naturali private di quel bene necessario a tutti noi per vivere. Se questo accadrà per tua nonna e me sarà un duro colpo”.

Nonno così raccontava tenendo fra le mani un’ampolla riempita proprio questa mattina alla Fonte per il timore di non poter più richiamare alla memoria quei bei momenti rinfrescandosi il viso o dissetandosi con quell’acqua da cui tutto aveva avuto inizio.

Non possono toglierci anche lei. Non dobbiamo permetterlo. È un bene di primaria importanza, basti pensare che i bambini per nove mesi sono immersi nell’amnios formato principalmente d’acqua, che noi siamo composti al 70 % d’acqua, che le piante, le nuvole e gli oceani sono composti d’acqua. No. Deve essere nostra….

“Here we are

struck by this river.

You and I

underneath a sky that’s ever falling down, down, down

ever falling down”.

( Brian Eno; By this river)

Orfani di un bellissimo mondo – Racconto di Graneris Bernardo

giugno 10, 2011 by · 3 Comments
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I motori marittimi, galleggiando come boe, componevano un disegno luminoso che, dai flutti, trasportava l’energia direttamente alla figura azzurra e lucida del depuratore.

Il motoscafo degli ingegneri marittimi viaggiava spedito, tra un rotore e l’altro, nel tentativo di tenere i generatori alla massima efficienza.

Io e Rivo conoscevamo bene la parziale inutilità di quel lavoro, come tutti i lavori al depuratore, del resto, ma sapevamo bene che ogni sforzo, ogni fatica, ogni sacrificio era necessario per la sopravvivenza dell’insediamento.

Ora che anche le acque marine erano state contaminate dalle radiazioni delle ciminiere la sezione del depuratore marino stava per chiudere i battenti trasferendo gran parte degli addetti ai lavori a zone più sensibili. I non qualificati, ovvero gli addetti ai lavori con tesserino giallo, sarebbero stati rimandati a casa mentre gli idonei, quegli addetti ai lavori in possesso di tesserino rosso o verde, sarebbero stati riutilizzati in qualche modo. Rivo era un cartellino giallo ma si ostinava ugualmente a sorridere tentando di cancellare l’angoscia di un mondo del lavoro sempre più cinico e spietato, incapace di offrire qualsiasi sicurezza.

Come sono i valori idrici, oggi? – mi domandò, accendendo una sigaretta.

Sempre più sballati, come al solito.

Erano passati due anni da quando avevo preso a lavorare nel laboratorio chimico e, un contratto dopo l’altro, avevo visto lentamente crollare ogni efficienza degli impianti. All’interno del depuratore tutto stava velocemente invecchiando: attrezzature, cose, persone. Tutto era un deteriorarsi, un compromettersi. Tutto veniva sfinito dal tempo e dai ritmi serrati di un lavoro fondamentale. Ogni addetto ai lavori sapeva, in fondo, quanto fosse importante mantenere gli impianti in efficienza, per la sopravvivenza dell’insediamento ed era proprio questa la ragione che ci spingeva, nonostante tutto, a compiere al meglio il nostro lavoro.

Mia sorella si è ammalata, l’altro giorno – mi disse, abbassando lo sguardo.

Idroxite? – domandai.

Idroxite – confermò con una mossa del capo.

Secondo il Times l’idroxite era diventato il degno sostituto dell’HIV solo più veloce, doloroso e letale. Era una forma di tumore che colpiva stomaco, reni e vie urinarie con la velocità di uno sciame di formiche, divorando le persone dall’interno sino a farle collassare e poi morire.

Almeno metà dell’interzona, se non dell’insediamento intero, ne soffriva.

Secondo il presidente Munillipo era una conseguenza delle contaminazioni mentre secondo mio padre era la degna punizione del Dio denaro. Dal mio punto di vista, così come da quello degli altri addetti ai lavori, era dovuto alla qualità dell’acqua, sempre più contaminata. Ogni giorno la qualità dei campioni analizzati si rivelava più bassa costringendoci a ripetere più volte i cicli di depurazione su intere cisterne di materiale. Ma non bastava mai.

La qualità dell’acqua è sempre più scadente ed i rivenditori, per le strade, la allungano con piccole quantità di acqua contaminata – commentai, tristemente.

Lo so – rispose Rivo. – Ma non possiamo analizzare ogni bicchiere d’acqua che compriamo…

… possiamo solo sperare che capiti a qualcun altro e non a noi – conclusi, abbassando lo sguardo.

Sulla spiaggia una mezza dozzina di tecnici valutava l’efficienza energetica degli impianti di alimentazione. Il tono della loro voce era così alto da far arrivare un fastidioso brusio umano sino a noi, in cima alle balconate del depuratore. Rivo lanciò la sua sigaretta verso il mare lasciandola precipitare per i venti metri che ci separavano dalla spiaggia. Uno degli uomini sollevò lo sguardo.

I dottori hanno detto che non è ancora nella forma più grave e che forse è ancora recuperabile – spiegò. – Ma per quanto? L’acqua è contaminata sempre…

“E lo sarà sempre di più”. Pensai, ma lo tenni per me.

Avremo mai speranze di salvarci da questo mondo? – mi domandò.

Guardai il mare cullare dolcemente i generatori nell’abbraccio della baia. – Non lo so, Rivo. Non ho risposte come queste. Vorrei trovare una spiegazione anche al nostro tempo, alle terre aride e desolate oltre i confini delle torri, alle motivazioni che hanno spinto i padri dei nostri padri a costruire le ciminiere e a regalarci un futuro di radiazioni e malattia, ma ogni volta che ci penso, che penso a ciò che hanno fatto, a come hanno ridotto il nostro pianeta, non riesco a credere che tutto ciò è avvenuto per un qualcosa di giusto o sensato, come dice il presidente Munillipo. E se penso che tutto ciò è stato fatto per denaro, beh, mi viene il voltastomaco.

“Questo mondo non ha problemi irrisolvibili” – disse Rivo, citando Munillipo. – “L’importante è spingere sull’economia, sul lavoro”.

Ma sono tutte cazzate, lo sappiamo benissimo che non esiste più una soluzione a nulla, né all’acqua, ne alle radiazioni, ne alla vita in generale. Siamo condannati a rimanere ancorati in questo tempo, in questo mondo, che non assomiglia più per nulla a quelle immagini che vedevamo da bambini, sui libri di storia. La verità è che siamo un’altra generazione di sofferenza e solitudine.

Rivo guardò l’insediamento, alle nostre spalle, circondata dalle alte figure delle torri, illuminate dalla debole luce del crepuscolo. Ogni cosa taceva, vista da lassù, sia l’interzona che il centro sembravano dei reperti di un tempo antico, dimenticato, quando la luce illuminava i cartelloni pubblicitari e l’acqua scorreva tra rubinetti e fontane, libera.

Siamo rimasti orfani – commentò amaramente, Rivo. – Orfani di un bellissimo mondo.

Il suono della campanella ci richiamava ai nostri posti. La pausa era finita. Era ora di tornare al lavoro.

Il pesce rosso e la sua acqua – Racconto di Lorenzo Marone

giugno 8, 2011 by · 2 Comments
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Spendiamo milioni e milioni per cercare acqua su Marte e non facciamo niente per conservarla qui e per cercarne di più per quelli che hanno sete.
José Luis Sampedro, La senda del drago, 2006

Osservo il pesce muoversi nella boccia. Il rosso delle squame si vede a malapena. L’acqua è terrea, come quella degli stagni. Il povero pesciolino respira a fatica. Non c’è quasi più ossigeno in quella sfera. Perché non cambio l’acqua da troppo tempo. Ma non è colpa mia, è che non ce n’è più di acqua. E’ finita. Così, all’improvviso. Nessuno sa perché. Nessuno sa se ritornerà mai.
All’inizio si sono utilizzate le scorte, acqua imbottigliata, aranciate, succhi di frutta, vino. Poi sono finite anche quelle e si è passati agli amari e ai liquori. Qualsiasi liquido andava bene. Quando sono finiti anche questi ultimi, è sopraggiunta un’altra fase. Quella della disperazione. E della sopravvivenza.
Dapprima ho utilizzato l’acqua ancora presente nelle tubature. Ho divelto i rubinetti, forato i tubi, sfondato le piastrelle pur di assaporarne qualche goccia. Poi, quando ho capito che non avevo altra scelta, ho bevuto l’acqua del water. Ora non mi rimane che la boccia. L’ho lasciata per ultima perché è putrida, piena di escrementi. E puzza, eccome se puzza. Ma se voglio vivere, devo bere.
Afferro la boccia con entrambe le mani e me la porto alla bocca. Una zaffata mi assale. E’ odore di feci e ammoniaca. Escrementi e urina.
Chiudo gli occhi e faccio un lungo sorso. Avverto in bocca una strana poltiglia. Continuo a bere. Fin quando anche il povero pesce è risucchiato dalla mia avidità. Lo sento muoversi sulla lingua, cercare di scappare. Ma non può. Lo mando giù insieme all’ultimo sorso di acqua. Dovrei sentirmi meglio, ma non è così. La nausea è troppo forte. Devo rimettere. Mi avvio velocemente in bagno, ma non ci arrivo. Vomito sul parquet. Prima l’acqua con gli escrementi. Poi il pesce. Lo sento ancora una volta in bocca, avverto le scaglie pizzicarmi la lingua. Non riesco più a respirare. Sto per svenire.
Poi mi sveglio. Il pigiama impregnato di sudore, il respiro irregolare e una sensazione strana alla bocca dello stomaco. Guardo l’orologio. Sono le sette del mattino. Un incubo. È stato solo un immenso incubo. Meno male.
Devo bere. Corro in cucina e mi sembra di rinascere. Acqua limpida e fresca che invade la gola, che inebria il corpo. Acqua che scorre libera, senza freni, solo per me. Mi basta aprire il rubinetto. Sorrido, ripensando alla boccia e al pesce rosso. Alla disperazione che mi aveva assalito. Mi sfioro le labbra non più screpolate. È tutto svanito.
Mi disseto fino a che non sento lo stomaco gonfiarsi. Poi squilla il telefonino. Spero non sia già un cliente. Vado a rispondere. È un cliente. Resto un quarto d’ora al telefono.
Nel frattempo non ho chiuso il rubinetto.
L’acqua continua a scorrere.

 Lorenzo Marone

Mia signora – Racconto di Nelly Ucho

giugno 8, 2011 by · 3 Comments
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Il giorno in cui la conobbi era già vecchia e stanca . Aveva visto le storie di tanta gente e aveva sussurrato loro consigli preziosi rendendosi la loro migliore amica . Eppure la gente non capiva quanto fosse utile . Coloro che ne erano a contatto la ritenevano una signora inutile , incapace di stirare la sua gonna , fatta di perfezione e sapiena , e di preparare un buon pranzo , saziando le fauci degli ingordi . Se la vedessi da lontano la riconoscerei subito , la sua voce rilassante , la sua storia millenaria … Una storia fatta dalle storie di coloro che ne hanno accesso . Delle testimonianze sul passato , il presente e il futuro sbocciate in qualcosa di più importante degli stessi protagonisti . Io personalmente la vedo come un flusso di energia che si muove sinuosa tra le menti della gente . Impassibile davanti allo scorrere del tempo ; lei è lo scorrere del tempo . Il tutto . Qualcosa di talmente bello che anche il sole ci si specchia dando sfoggio dei suoi raggi migliori . E la luna , quella candida palla diafana , decide anche lei di concedersi a un flusso infinito di pazienza . Uno scrigno per i tesori più segreti e per le malefatte più terribili . Questa signora non ha un nome , ne ve la saprei descrivere se me lo chiedeste forse perchè la nostra mente limitata com’è non si estende a un concetto così grande come la purezza … dell’acqua … Quella signora , che si chiama acqua . La stessa che appartiene all’altro capo del mondo , la possiamo avere qui . Una delle poche cose che unisce tutti noi rendendoci tutti uguali e tutti stupidi nel coltempo . Talmente stupidi da non capire quanto quella signora sia importante … Quanto l’Acqua sia fondamentale per noi e il nostro cuore . Una medicina insapore , un raggio di freschezza che si fa spazio tra di noi .

Sfugge tra le dita – Racconto di Gori Goffredo

giugno 7, 2011 by · 2 Comments
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Lo schieramento, guidato dagli ordini abbaiati dai tribuni ed incanalato dalla presenza efficiente dei centurioni, venne completato prima che il sole fosse alto in cielo. Quinto, primo centurione della terza legione, occupò la posizione convenuta al centro della formazione ed ispezionò i soldati intorno a lui, pallidi e tirati, quasi tutti reclute al loro primo vero combattimento. Con questo gli toccava fare e con questo avrebbe fatto. Volse lo sguardo davanti a sé, proteggendosi gli occhi dal sole con la mano, e considerò le forze nemiche che li fronteggiavano: a giudicare dalle insegne doveva trattarsi di ausiliari gallici, probabilmente fanteria leggera. Una bella fortuna per le reclute che almeno non avrebbero avuto a che fare con i dannati elefanti di Annibale. Trasportate dal vento caldo che spirava da oriente, nubi nere invasero il cielo ed un acquazzone s’abbatté improvviso sull’esercito schierato. Quinto sciolse il laccio del sottogola, tolse l’elmo con la destra ed alzò il volto verso la pioggia. Con gli occhi socchiusi assaporò lo scroscio che lo bagnava, si asciugò con la sinistra e sentì l’acqua che gli sfuggiva tra le dita.

Sto guidando verso nord da un paio d’ore e ripenso all’ossario che ho visto nella cattedrale di Otranto prima di mettermi in viaggio. Orrendo, impressionante, tutto quello che si vuole, ma non posso lasciarmi fuorviare dalla commozione e dallo sconcerto che provocano i teschi ammucchiati dietro i vetri della teca. Non è questa l’energia che cerco e che forse non esiste. Il fatto è che divento vecchio ed il materialismo agnostico che da sempre m’accompagna mostra crepe fastidiose e mi trovo intrigato dall’idea che ci sia qualcosa oltre la materia che ci compone. Un’energia forse, come dicono coloro che ci credono, che io però non riesco a comprendere e definire in modo soddisfacente, perché i concetti che associo usualmente alla parola energia mi sono più d’ostacolo che d’aiuto. Mi forniscono un aggancio verso qualcosa che a volte mi sembra d’afferrare, ma che sempre mi sfugge dalle dita.

L’uscita dell’autostrada indica “Canne della battaglia”, obbedisco all’impulso ed esco. Seguo le indicazioni turistiche e mi perdo in una campagna solitaria appena ondulata. Campi gialli di grano e vigneti verdi a perdita d’occhio. Finalmente giungo ad un incongruo parcheggio deserto dove un cartello istruisce che, probabilmente, ci troviamo nella zona nella quale fu combattuta la celebre battaglia. Spengo il motore, scendo, ascolto e sento solo il fracasso delle cicale: nessuna traccia d’energia o di quello che diavolo è. Torno quasi subito in macchina e riprendo a guidare verso il prossimo ingresso dell’autostrada. Dopo pochi minuti mi fermo indeciso ad un incrocio senza indicazioni. Accosto, scendo e mi guardo intorno per vedere se posso prendere un grappolo d’uva senza suscitare la reazione di qualche sorvegliante nascosto. Trasportate dal vento caldo che spira da est, nubi nere invadono il cielo ed un acquazzone mi sorprende mentre cerco di staccare un grappolo. Lascio perdere l’uva ed alzo il volto verso la pioggia. Invece di correre al riparo della macchina, me ne sto con gli occhi socchiusi ad assaporare lo scroscio che mi bagna. Mi asciugo con la mano e sento l’acqua che mi sfugge tra le dita.

La leggenda della gocciolina – di Ludovica Mazzuccato

giugno 7, 2011 by · 1 Comment
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C’era una volta un uomo che odiava l’acqua: non voleva mai lavarsi e beveva solo bibite piene di coloranti; detestava persino la pioggia e coceva la pasta nel latte!
Certe volte lasciava aperto per ore il rubinetto del lavandino sperando che tutti i fiumi e i mari del mondo si prosciugassero.
Questa sua fobia sembrava avere radici remote. Da bambino aveva rischiato di affogare nella vasca e da quel momento l’elemento H2O era diventato il suo peggior nemico.
Un giorno dovette partire per un lungo viaggio di lavoro, ma si perse lungo una strada deserta, in un luogo disperso. Ad un certo punto dal cofano della sua macchina cominciò ad uscire una colonna densa di fumo. Da quando l’aveva comperata non aveva più messo acqua nel radiatore. Provò a metterci un po’ di aranciata ma il problema non si risolse.
Allora cominciò a camminare sperando di trovare una stazione si servizio.
Camminò per ore ed ore, sotto il sole cocente,  senza incontrare niente e nessuno. L’aranciata era finita tutta nel radiatore dell’auto e l’uomo cominciava ad avere una gran sete.
La sera sembrava non arrivare e lui era sempre più stanco.
Ad un certo punto vide al lato della strada, che si faceva sempre più polverosa, una piccola fontana di marmo. Vicino al tubicino da cui avrebbe dovuto uscire l’acqua, c’era appeso un cartello che diceva così: “Se l’acqua non sai amare, da questa fonte non ti potrai dissetare”.
L’uomo non fece molto caso allo stano avviso e tanta era la sete che non fece lo schizzinoso e si avvicinò per bere. Dal tubicino però non uscì neppure una goccia.
Pensò che la fontana non funzionasse, ma in quello stesso istante planò un uccellino e appena questo avvicinò il becco alla fonte, dal tubicino zampillò acqua freschissima.
L’uomo infastidito ci riprovò, ma la fonte gli negò persino una lacrima.
Era rimasta però una gocciolina sul fondo della fontana che lo guardava contrariata.
«Ehy, dico a te! Sì, proprio a te! Tu non ami l’acqua! Vuoi bere da questa fonte solo perché non hai null’altro per dissetarti!»
«Stupida goccia d’acqua! Tu non hai nulla da insegnarmi: fra qualche minuto il sole ti asciugherà e non esisterai più!» rispose in modo sferzante l’uomo.
«Sì, hai ragione, ma salirò in cielo e chissà dove, chissà quando ritornerò pioggia sulla terra! Tu invece se non cambi sei destinato a morire proprio come una pianta a cui nessuno dà da bere!» disse la gocciolina prosciugandosi.
L’uomo ormai allo stremo delle forze, ma pieno di odio, si mise di nuovo in marcia.
Incontrò un pellegrino che aveva una borraccia d’acqua ma lui per orgoglio non ne accettò nemmeno un sorso. «Si vede che è parecchio che non bevi acqua: la tua anima ha bisogno di depurarsi… di eliminare tutte quelle scorie che ti fanno essere così scontroso!» disse il vecchio saggio allontanandosi nel senso opposto al suo.
Ad un certo punto il cielo si fece scuro e una nuvola plumbea si fermò proprio sulla sua testa.
Una piccola goccia di pioggia uscì dalla nuvola.
«Stupido uomo, mi riconosci? Sono quella goccia della fonte» gridò la gocciolina prima di cadere sulla fronte dell’uomo.
Quando quel puntino fresco si posò sulla sua pelle, improvvisamente, qualcosa cambiò in lui.
Si sentì un uomo nuovo e cadendo in ginocchio esclamò:
«Rimpiango il tuo bacio di calcare nel lavandino. Ti rimpiango, come il ciottolo nel greto secco rimpiange il ruscello. Rimpiango ogni tua goccia sprecata a litri per lavarsi i denti. Ti rimpiango come il seme che con le sue mani di radice ti brama tra le zolle arse.
Rimpiango di non aver ascoltato la disperata sete della mia anima e la sapiente sete del mondo raccontarmi il deserto.
Ti rimpiango come il pesce arenato che boccheggiando ti dedica la sua ultima preghiera.
Sgorga, scorri, sfocia… Zampilla, evapora, gocciola… E ancora sgorga, corri, sfocia…Zampilla, evapora, gocciola.
Regina trasparente del mio corpo, insegnami ad amare la vita in un bicchiere di te, mezzo pieno
o mezzo vuoto, ma più prezioso dell’oro… Perché l’amore è come te: prende la forma che gli diamo!».
A quelle parole dalla nuvola cominciarono a scendere copiose gocce di pioggia.
L’uomo aprì la bocca e si dissetò.
Tutt’intorno cominciò a fremere la vita: il deserto della sua solitudine stava pian piano scomparendo.
Aldo si svegliò di soprassalto. Ancora una volta si era addormentato sulla sedia a dondolo mentre raccontava una fiaba al piccolo Luca che dormiva già sereno nel suo lettino.
Chiuse delicatamente il libro spalancato sulla “Leggenda della gocciolina” e, quatto quatto, si alzò, cercando di non fare rumore e, prima di spegnere l’orsetto abatjour, si assicurò che sul comodino del figlioletto ci fosse un bel bicchier d’acqua in cui affogare i brutti sogni.
Ad Aldo, la mattina successiva, mentre si faceva la barba, venne in mente lo strano sogno che aveva fatto la sera precedente. Di gran fretta chiuse il rubinetto: meglio non sprecarla – pensò tra sé!
Poi il suo sguardo si soffermò su una gocciolina che scendeva, come una lumachina, lungo lo specchio appannato. Aldo, per un attimo, ebbe come l’impressione che quella gli stesse sorridendo e lui, senza pensarci, contraccambiò soddisfatto.
Aveva solo chiuso il rubinetto, ma si sentiva di aver fatto qualcosa di buono per il mondo intero, senza nemmeno sapere che quel giorno – il 22 marzo – era la Giornata Mondiale dell’acqua!

Ludovica Mazzuccato

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