Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)
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Sei anni, una vita d’inferno. Decine di litri d’acqua minerale ogni giorno, bevuti spesso di nascosto: a canna, succhiando sorsate come un bimbo affamato ciuccia dalla tetta materna.
Galeotta fu una pubblicità, sentita in un momento di particolare stress. In contemporanea la sua retina fu invasa dall’immagine di una bottiglia d’acqua minerale. Da allora, a contatto con quella pubblicità prese a sbavare, poi la gola si seccava e lui doveva bere, bere e ancora bere. Indifferente la marca, purché fosse acqua minerale. Dopo un anno la dipendenza: aguzzina sempre più spietata e capace di raffinati raggiri per schiavizzarlo.
Appena sveglio, mente e corpo correvano a ‘lei’: prima ancora di pensarla, il collo della bottiglia sfondava le paratie delle sue labbra.
I genitori prima, la moglie poi, avevano escogitato ogni stratagemma per inibirgli la bottiglia: rinunciarono a bere acqua imbottigliata. Ma lui aveva una fantasia diabolica nel camuffare bottiglie e bottigliette. I primi tempi ne chiedeva in continuazione ai coinquilini, ignari di tutto, anche se un po’ stupiti della bizzarria di questo giovanottone che mendicava acqua minerale con le scuse più inverosimili. Messi sull’avviso, si erano scatenati a elaborare le scuse più baldracche per eludere le sue richieste.
Idrano Frizzi cominciò a trascinarsi da un bar all’altro, supplicando un bicchier d’acqua: – No, non quella del rubinetto! Ho un rene solo e il calcare me lo soffoca. Mai visto mendicare l’acqua; ma dato che si accontentava di così poco, nessuno gliela negava.
Ne comperava anche, ovvio: a pacchi da sei bottiglie da due litri, che gli duravano lo spazio di un paio di film in tivù a casa sua. Già, perché uno dei risvolti più tragici dell’idrodipendenza era l’impellente e costante bisogno di fare pipì. Ne era ossessionato, tanto da non capire più quale fosse il vero dramma della sua esistenza: trovare l’acqua imbottigliata o un gabinetto dove mollarla? Non di rado si trovava nella situazione di dover svuotare la vescica senza avere a disposizione l’orinatoio. Sempre più spesso lo si vedeva dare di spalle al pubblico davanti a una pianta, a una siepe ornamentale, al fiume. Poi anche i muri cominciarono a imbibirsi dei suoi pisciosi umori: ben presto il paese assunse la tipica fragranza del territorio marcato da un gatto iperferormonico.
Fu fatto divieto assoluto ai negozianti di vendergli acqua in bottiglia e ai baristi di servirgliene o regalargliene. Cadde preda degli spacciatori, che a caro prezzo gli procuravano la sostanza proibita.
Si diede ai furti, alle rapine. Arrestato, accettò il ricovero in una comunità terapeutica. Qui finalmente svelarono il mistero: aveva un bisogno insopprimibile di fluoro e solo le acque che ne contenevano parecchie parti per milione erano in grado di saziarlo. Poi era subentrata la necessità di dosi sempre più massicce.
– Ce ne siamo resi conto – dichiarò uno degli operatori della Comunità ‘Idris salutis’ – vedendo nottetempo un fantasma fosforescente che correva verso il bagno tenendosi le mani sui genitali.
Grazie a un sapiente dosaggio, Idrano riuscì a sostituire via via il fluoro dell’acqua con quello di un farmaco. Del quale divenne dipendente ed efficacissimo testimonial. Pagato in fiale e compresse.
Ora è del tutto guarito: fa sempre il giro dei bar, ma beve solo Campari col bianco. Vizietto che lo colloca in una tranquilla normalità, socialmente accettato. Solo accennargli a quel periodo maledetto gli procura improvvisi attacchi di panico, sedati al volo con un comparino.

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