Tratti che mutano – Racconto di Giuseppe Acciaro

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su Tratti che mutano – Racconto di Giuseppe Acciaro
Filed under: con quella faccia un po' così 

Allora vi facevo meno caso, anche perché data la mia giovane età non avevo tanti elementi per fare dei raffronti, ma ripensandoci ora i visi dei miei compagni di classe presentavano una discreta varietà di fisionomie, dai triangolari a quelli piatti, aguzzi, rotondi…Alcuni erano già piuttosto definiti, a tal punto che rivedendoli in circostanze casuali e a distanza di tanti anni sembravano sostanzialmente immutati. C’erano bambini provenienti da diverse regioni d’Italia, e anche questo fattore aveva la sua importanza riguardo ai lineamenti del volto. Non ci si studiava l’un l’altro freddamente, altre istanze avevano il sopravvento. Le facce cambiarono durante il triennio delle medie, una maggiore competitività e in alcuni casi un’in- sorgente arroganza influivano sugli atteggiamenti e gli sguardi. Non si era più sulla stessa barca, i giudizi si facevano più estremi, più asprezze che gentilezze, giudizi frettolosi anche taciti, ma eloquenti dalle espressioni. Quindi si cercavano altre facce che non facessero parte dei rapporti obbligati, che manifestassero altre disposizioni d’animo, era necessario aprirsi ad altri contesti. Intanto le mode uniformavano i ragazzi, i capelli a caschetto, il taglio punk…I tratti dei visi sovente si confondono, e il linguaggio divenuto più gergale non aiuta all’affermarsi di un’identità. In seguito tante facce adeguate ai lavori, alle professioni, fin troppo consone, togliendo tante la sorpresa di trovarsi di fronte ad un viso che contrasta con un determinato ambiente. Aumentano le teste rasate, le barbette caprine o quelle che mascherano i lineamenti. I tratti sono sempre meno leggibili e c’è un bisogno assoluto di facce nuove che alimentino spinte vitali, che suscitino interesse…

La simbiosi – Racconto di Giuseppe Acciaro

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su La simbiosi – Racconto di Giuseppe Acciaro
Filed under: Preziosa acqua 

Vanes premette il tasto play del registratore portatile per riavviare il nastro. Riascoltò soddisfatto lo scroscio delle onde del mare e il flusso sonoro pressoché costante del torrente che scorreva a pochi km da casa sua. Chiamò col cellulare Martino, il suo pastore, che si occupava delle capre e delle pecore, che lo informò sullo stato di salute di un paio di ovini. Riaccese nuovamente l’apparecchio e analizzò attentamente la registrazione, pensando all’eventualità di utilizzare quelle sonorità come parti integranti delle sue composizioni. Vanes
amava tantissimo le musiche di Brian Eno, di John Cage, Terry Riley, Steve Reich e cercava di carpirne i segreti immergendosi nei loro universi musicali.
La sera, sebbene fosse stanco dopo il lavoro, trovava quasi sempre le energie sufficienti per dedicarsi a questa sua grande passione. Quando non suonava l’organo, e dato che cenava abbastanza presto, d’estate prima dell’imbrunire camminava per un’ora e mezzo circa, arrivando in prossimità dei vari corsi che bagnavano la zona. Era sempre stato il sogno della sua vita quello di vivere in una zona ricca d’acqua e c’erano voluti degli anni e una serie di circostanze favorevoli prima che riuscisse a realizzarlo. Immergersi tra i suoni e gli elementi della natura (in primis l’acqua) costituiva lo scopo principale della sua esistenza. Vanes possedeva un carattere volitivo, e si impegnava a fondo per centrare i suoi obbiettivi. Non agiva come un panzer incurante di ogni ostacolo, ma quando gli capitava di imbattersi in alcune difficoltà, si prendeva il tempo necessario per capire come affrontarle e superarle.
Non era un gran nuotare ma amava l’acqua perché la sua presenza gli rasserenava lo spirito, indipendentemente da qualsiasi tipo di corso si trattasse. Aveva percepito questo beneficio fin da bambino, senza che nessuno lo avesse indirizzato in tal senso.
Teneva moltissimo all’equilibrio idrografico della sua zona, ed anche alla salute delle specie viventi che popolavano i corsi.
Vanes spense definitivamente il registratore e si guardò intorno. C’era un faggio che presentava una corteccia troppo sbrecciata e le foglie precocemente brunite. Si avvicinò all’albero per dargli un’occhiata più accurata poi si diresse verso il ruscello.
Sapeva che il ghiozzo, che contava diversi esemplari qualche anno prima, si stava estinguendo. Era un po’ di tempo che vedeva dei pescatori sportivi aggirarsi nei pressi del ruscello, e non aveva dubbi sul fatto che ne avessero causato una forte diminuzione.

Vanes si tolse gli stivali ed entrò in acqua, camminando lentamente sui sassi.
Un piccolo ghiozzo stava quasi immobile sul fondo. Il pesce sembrava fissarlo come a chiedergli aiuto. Vanes lo toccò, il ghiozzo ebbe un guizzo e cominciò a nuotare.
Vanes gli si affiancò, imitandolo.

Giuseppe Acciaro

Gente felice

giugno 14, 2010 by · Commenti disabilitati su Gente felice
Filed under: Solidarietà 

Mario immerse il secchio in un punto dove il tratto fluviale veniva definito a carpa,nel quale il corso d’acqua raggiungeva la sua massima ampiezza. Mario salutò riverente un nibbio bruno, dedito alla ricerca di rifiuti galleggianti, poi tentò di imitare il volo di un martin pescatore, ma il peso del secchio glielo impedì.Intonando “Luccio Blues” e “The Ballad of Cavedano”, due pezzi da lui composti e dedicati ai suoi pesci preferiti, raggiunse una zona ricca di banchi sabbiosi. Qui versò, con uno slancio che esprimeva tutta la passione per il suo lavoro, il contenuto del secchio. Il suo compito era infatti quello di cercare di riequilibrare il livello del fiume. Per questo veniva pagato piuttosto bene, e lui intuiva di stare svolgendo le sue mansioni con una certa abilità. Si sentiva parte integrante di un grande progetto ecologico, e ciò lo rendeva orgoglioso. Essendo una persona molto scrupolosa, prima di accettare l’incarico si era impegnato in un lungo ed estenuante training, esercitandosi presso altri fiumi.
Mario si era tirato su le maiche di una vecchia camicia consunta, e si asciugava il sudore col braccio.Guardò in direzione del sole, e la sua espressione si bloccò per alcuni istanti in una specie di sorriso, poi si inoltrò nel bosco limitrofo. Adelma, che si riteneva una psichiatra mancata (in realtà aveva terminato i suoi studi per una grave forma di epilessia dopo la terza elementare), era intenta a censire le foglie cadute dagli alberi circostanti. Spesso si distraeva o gettava via per sbaglio il foglietto con tutte le annotazioni, così le toccava ricominciare da capo.Nei momenti di pausa leggeva con la sua voce balbuziente e con una tonalità da soprano delle sue poesie dedicate ai ghiri e alle arvicole, animali che venerava.
Fabio, il datore di lavoro di Mario e Adelma e anche loro cugino, nascosto dietro un ramo di cerro, osservava sorridendo la donna e salutò Mario, che sbucò dal bosco, come se avesse percepito a distanza la presenza del parente.
Fabio era contento di aver aiutato i suoi cugini a sistemarsi e a superare in parte le loro difficoltà ad integrarsi.

GIUSEPPE ACCIARO

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