Vincitore e segnalati del concorso Preziosa Acqua

giugno 14, 2011 by · Commenti disabilitati su Vincitore e segnalati del concorso Preziosa Acqua
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Ecco il vincitore del concorso Preziosa Acqua:

Il pesce rosso e la sua acqua – di Lorenzo Marone

Il vincitore sarà contattato dalla redazione via mail per la spedizione dei premi in palio.

Il comitato di lettura segnala inoltre:

1) I 3 racconti di Trap

2) Mia signora – di Nelly Ucho

3) L’acqua è preziosa – di Fulvio Bella

Anche questi 3 partecipanti riceveranno un premio (un pacco libri) dalla redazione.

Ringraziamo tutti i partecipanti per i racconti inviati, tutti di ottima qualità. In settimana partiremo con un nuovo concorso.

Seguiteci sul sito e sulla pagina Facebook.

L’acqua non disseta, se è pubblica – Racconto di Trap (pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su L’acqua non disseta, se è pubblica – Racconto di Trap (pseudonimo)
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L’orologio gli dice: tre giorni. Senz’acqua. Senza cibo. Bendato, imbavagliato. Poi abbandonato nudo (prono, prostrato) s’un’isola immacolata (oceano indiano?).

Fazzoletto di sabbia incandescente. Al centro una palma, altissima. In cima: oggetti luccicanti (bottiglie di acqua?).

Si mette carponi, quasi striscia. Barba ispida, capelli come rovi. Occhi come vuoti a perdere.

Il riverbero della sabbia lo marchia a fuoco. Lento.

Vede uno zainetto, a venti metri da lui. La lingua porta poche gocce di saliva alle labbra.

Lo raggiunge prosciugato di energie come Filippide dopo Maratona. Dentro ci sono:

2 scatole di alici sotto sale,

3 pacchetti di arachidi salate,

1 confezione di cracker salati,

½ kg di gorgonzola saporito,

1 sacchetto di stoffa con pecorino di fossa,

2 vasetti di peperoncini farciti con capperi e acciughe,

1 salame piccante.

1 bottiglia di vodka al peperoncino.

Il sole brucia la pelle, la screpola: calanchi scavati da unghioni incandescenti. La palma non fa ombra.

Mangia

Mastica

Lento

Deglutisce

a fatica.

Buio. Luce.

Buio. Luce.

Ha consumato tutto il cibo: labbra e angoli della bocca sono crepacci carsici.

La bottiglia della vodka è vuota.

Fissa ebete la cima della palma, sbrilluccicante.

Con sforzo estremo si trascina al mare. Beve con avidità il veleno salato.

Cerca di mettersi in ginocchio: vertigini, palpitazioni.

Occhi a fuoco sul nulla.

A fuoco.

Perde coscienza.

Muore.

Screpolato come il Salar de Uyuni.

– La scena finale la taglierei: stop quando sta per ingozzarsi di acqua di mare. Poi, l’attore che s’inebria della nostra Dissetella: muscoloso, ben pettinato, pelle fresca, tonica, abbronzata. Sguardo immerso nella contemplazione del piacere fisico. Lo slogan…?

– Di sete non morrai se a garganella

berrai estate e inverno Dissetella. E’ scientificamente provato che almeno il 70% della popolazione mondiale non riuscirà più a bere normale acqua, del rubinetto o imbottigliata che sia. Quelli che invocavano l’acqua come risorsa a disposizione di tutti, saranno finalmente contenti: non la vorrà più nessuno! E noi saremo ricchi più dei petrolieri.

Grande! Ah, geniale anche l’idea delle telecamere piazzate in cima alla palma: è morto senza accorgersi di niente.

Fontana pubblica privata di acqua – Racconto di Trap (pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Fontana pubblica privata di acqua – Racconto di Trap (pseudonimo)
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Drof, drop, droch, droffete, droppete, drocchete, drdrdr…
C’è una fontana che perde perdio, è uno scialo di denaro pubblico e i negretti muoiono di sete laggiù in Africa. Dov’è?
E’ giù nel cortile, la povera fontana malata. Che spasimo sentirla tossire. Tossisce, tossisce, un poco tace. Di nuovo tossisce. Come un catarroso vecchio senza senso.
Fino a ieri rigogliosa dispensatrice di sollievo, di refrigerio per grandi e piccini, per umili e potenti, ricchi e poveri. Uguale per tutti e per tutti allo stesso costo: un grazie dal cuore.
Povera fontana, il male che tu hai mi opprime il cuore.
Tace, non getta giù nulla. Tace, non si sente rumore di sorta. Che forse… che forse sia morta?
Diceva che spreco! che spreco! e allora ha strozzato il condotto.
Orrore! Ah no, rieccola, ancora tossisce.
Drof, drop, droch, droffete, droppete, drdrdr…
E’ viva, ma… la tisi la uccide, priva di forze. Dio santo, quel suo eterno tossire mi fa morire, un poco va bene, si sopporta, ma così tanto…
Che lagna!
diceva ma andate, correte, chiudete la fontana, anche la fonte, mi uccide quel suo eterno tossire! Andate, mettete qualcosa per farla finire, magari morire. Ogni goccia che perde, così senza costrutto è una goccia sprecata del mio sangue!
Madonna, Gesù, non più! Mia povera fontana, col male che hai finisce che uccidi me pure.
Drof, drop, droch, droffete, droppete, drocchete, drdrdr…
Son venuti, che bello, vestiti con tute, con ferri e congegni han risolto il problema. Adesso non goccia, non più, la fontana, non esce più l’acqua, però c’è un cartello che dice Inserisci la monetina, avrai tutta l’acqua per ben un minuto!
Che bello che più non ha colpi di tosse la mia fontanella laggiù nel cortile. Che pace che quiete che regna sovrana, non più quello scorrere d’acqua continua o quel gocciolio nemico del sonno. Bastava assai poco per questo trionfo: che l’acqua portasse a qualcuno profitto.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…

P.S. Solo per estremo scrupolo preciso che il testo si ispira con ogni evidenza e con la massima riverenza alla poesia ‘Fontana malata’ di Aldo Palazzeschi.

Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)
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Sei anni, una vita d’inferno. Decine di litri d’acqua minerale ogni giorno, bevuti spesso di nascosto: a canna, succhiando sorsate come un bimbo affamato ciuccia dalla tetta materna.
Galeotta fu una pubblicità, sentita in un momento di particolare stress. In contemporanea la sua retina fu invasa dall’immagine di una bottiglia d’acqua minerale. Da allora, a contatto con quella pubblicità prese a sbavare, poi la gola si seccava e lui doveva bere, bere e ancora bere. Indifferente la marca, purché fosse acqua minerale. Dopo un anno la dipendenza: aguzzina sempre più spietata e capace di raffinati raggiri per schiavizzarlo.
Appena sveglio, mente e corpo correvano a ‘lei’: prima ancora di pensarla, il collo della bottiglia sfondava le paratie delle sue labbra.
I genitori prima, la moglie poi, avevano escogitato ogni stratagemma per inibirgli la bottiglia: rinunciarono a bere acqua imbottigliata. Ma lui aveva una fantasia diabolica nel camuffare bottiglie e bottigliette. I primi tempi ne chiedeva in continuazione ai coinquilini, ignari di tutto, anche se un po’ stupiti della bizzarria di questo giovanottone che mendicava acqua minerale con le scuse più inverosimili. Messi sull’avviso, si erano scatenati a elaborare le scuse più baldracche per eludere le sue richieste.
Idrano Frizzi cominciò a trascinarsi da un bar all’altro, supplicando un bicchier d’acqua: – No, non quella del rubinetto! Ho un rene solo e il calcare me lo soffoca. Mai visto mendicare l’acqua; ma dato che si accontentava di così poco, nessuno gliela negava.
Ne comperava anche, ovvio: a pacchi da sei bottiglie da due litri, che gli duravano lo spazio di un paio di film in tivù a casa sua. Già, perché uno dei risvolti più tragici dell’idrodipendenza era l’impellente e costante bisogno di fare pipì. Ne era ossessionato, tanto da non capire più quale fosse il vero dramma della sua esistenza: trovare l’acqua imbottigliata o un gabinetto dove mollarla? Non di rado si trovava nella situazione di dover svuotare la vescica senza avere a disposizione l’orinatoio. Sempre più spesso lo si vedeva dare di spalle al pubblico davanti a una pianta, a una siepe ornamentale, al fiume. Poi anche i muri cominciarono a imbibirsi dei suoi pisciosi umori: ben presto il paese assunse la tipica fragranza del territorio marcato da un gatto iperferormonico.
Fu fatto divieto assoluto ai negozianti di vendergli acqua in bottiglia e ai baristi di servirgliene o regalargliene. Cadde preda degli spacciatori, che a caro prezzo gli procuravano la sostanza proibita.
Si diede ai furti, alle rapine. Arrestato, accettò il ricovero in una comunità terapeutica. Qui finalmente svelarono il mistero: aveva un bisogno insopprimibile di fluoro e solo le acque che ne contenevano parecchie parti per milione erano in grado di saziarlo. Poi era subentrata la necessità di dosi sempre più massicce.
– Ce ne siamo resi conto – dichiarò uno degli operatori della Comunità ‘Idris salutis’ – vedendo nottetempo un fantasma fosforescente che correva verso il bagno tenendosi le mani sui genitali.
Grazie a un sapiente dosaggio, Idrano riuscì a sostituire via via il fluoro dell’acqua con quello di un farmaco. Del quale divenne dipendente ed efficacissimo testimonial. Pagato in fiale e compresse.
Ora è del tutto guarito: fa sempre il giro dei bar, ma beve solo Campari col bianco. Vizietto che lo colloca in una tranquilla normalità, socialmente accettato. Solo accennargli a quel periodo maledetto gli procura improvvisi attacchi di panico, sedati al volo con un comparino.

Filtro d’Amore – di Valentina Tassini

giugno 10, 2011 by · 1 Comment
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Poi vorrei capire perché, su questo Pianeta, quando non si sa più chi incolpare, come realizzare soldi facili, guardarsi in qualche servizio al telegiornale e scoprire il proprio viso compiaciuto su qualche giornale ci si attacchi a cose di primaria importanza. Il mondo cade a pezzi e milioni di euro sono spesi per le schede elettorali. Dice bene mio nonno: “ I ricchi stanno in alto e cercano di guadagnare con la terra; noi poveri stiamo in basso e tiriamo avanti aggrappandoci a qualcosa in cielo”… e come dargli torto! Tra qualche giorno si voterà per la privatizzazione dell’acqua. Più il tempo scorre e meno cose ci appartengono. Per fortuna i ricordi sono i nostri e nessuno può disporre un sigillo e dire: “ dal 13 giugno 2011 non saranno più tuoi; ti saranno concessi secondo i nostri ordini e a nostro piacimento”. Quelli no, sono intoccabili. E allora voglio rendere partecipi anche voi di quello che, l’acqua, è stata in grado di creare…

Ero a San Felice Circeo per lavoro; mi avevano commissionato il restauro della Chiesa di San Felice Martire che stava cadendo a pezzi logorata dall’età e dalla guerra finita da poco. Classica Chiesa a pianta centrale che si apriva su un chiostro in cui le belle fanciulle si sedevano per ricamare o per giocare con i fratelli più piccoli. Ce n’erano molte, una più bella e sorridente dell’altra. A quell’età, in quei tempi si era più spensierati di ora ma con mille problemi in più; si doveva allontanare la tristezza della Seconda Guerra Mondiale, le persone care perse e riprendere la propria vita in mano. Ne notai una in particolare però. Distante dalle altre, ricamava seduta sul bordo della grande fontana del Centro Storico. Schivava la compagnia ed i pettegolezzi fanciulleschi. Non si lasciava infastidire se non da quel sole che sconfiggeva immergendo il suo cappello di paglia lavorato a mano in quell’acqua limpida che le scivolava sul collo fino alla schiena. Ogni goccia prendeva vita, si animava sulle sue rosee spalle come se non fosse lei a trovare sollievo dalla calura estiva con quell’acqua pubblica, ma fosse l’esatto contrario. Era una meraviglia anche se era triste. Le si leggeva negli occhioni nocciola che le mancava qualcosa e in quella forza stentata con la quale portava a casa il suo orcio pieno d’acqua verso il tramonto. Volevo parlarle, chiederle almeno il suo nome, ma la paura di turbarla era tanta. Infondo io, non ero neanche del paese. Un giorno però presi coraggio, decisi di avvicinarmi a lei e di aiutala portandole la brocca. Gioco del destino volle che quella sera non la riempì, ma prese un’altra direzione. Non sapevo se seguirla o no, se scoprire dove andasse e poi fuggire per non infastidirla. Poi raccogliendo tutta la mia forza d’animo la raggiunsi. Giungemmo in una grotta scavata dalle acque torrenziali di un piccolo fiumiciattolo nato dalle rocce del promontorio. Si tolse il cappello, sciolse la lunga chioma che le coprì quasi tutta la schiena e tolse il vestito a fiori rosa poco prima di immergersi. L’acqua l’avvolgeva giocando con i riflessi prodotti dai raggi del sole. Era limpida come il suo cuore, irrefrenabile come la sua voglia di raggiungerla, dissetante e refrigerante proprio come la sua visione. Ce ne furono altri di momenti come quelli contornati dalla paura mia d’essere invadente e dalla sua innocenza che pian piano mi fece innamorare di lei follemente. È per questo che, tua nonna ed io, ci siamo detti il nostro sì infinito a Fonte di Lucullo. Beh, forse tra un po non sarà più possibile accedere ad essa. I rubinetti verranno chiusi, le fontane saranno distrutte e le piscine naturali private di quel bene necessario a tutti noi per vivere. Se questo accadrà per tua nonna e me sarà un duro colpo”.

Nonno così raccontava tenendo fra le mani un’ampolla riempita proprio questa mattina alla Fonte per il timore di non poter più richiamare alla memoria quei bei momenti rinfrescandosi il viso o dissetandosi con quell’acqua da cui tutto aveva avuto inizio.

Non possono toglierci anche lei. Non dobbiamo permetterlo. È un bene di primaria importanza, basti pensare che i bambini per nove mesi sono immersi nell’amnios formato principalmente d’acqua, che noi siamo composti al 70 % d’acqua, che le piante, le nuvole e gli oceani sono composti d’acqua. No. Deve essere nostra….

“Here we are

struck by this river.

You and I

underneath a sky that’s ever falling down, down, down

ever falling down”.

( Brian Eno; By this river)

Orfani di un bellissimo mondo – Racconto di Graneris Bernardo

giugno 10, 2011 by · 3 Comments
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I motori marittimi, galleggiando come boe, componevano un disegno luminoso che, dai flutti, trasportava l’energia direttamente alla figura azzurra e lucida del depuratore.

Il motoscafo degli ingegneri marittimi viaggiava spedito, tra un rotore e l’altro, nel tentativo di tenere i generatori alla massima efficienza.

Io e Rivo conoscevamo bene la parziale inutilità di quel lavoro, come tutti i lavori al depuratore, del resto, ma sapevamo bene che ogni sforzo, ogni fatica, ogni sacrificio era necessario per la sopravvivenza dell’insediamento.

Ora che anche le acque marine erano state contaminate dalle radiazioni delle ciminiere la sezione del depuratore marino stava per chiudere i battenti trasferendo gran parte degli addetti ai lavori a zone più sensibili. I non qualificati, ovvero gli addetti ai lavori con tesserino giallo, sarebbero stati rimandati a casa mentre gli idonei, quegli addetti ai lavori in possesso di tesserino rosso o verde, sarebbero stati riutilizzati in qualche modo. Rivo era un cartellino giallo ma si ostinava ugualmente a sorridere tentando di cancellare l’angoscia di un mondo del lavoro sempre più cinico e spietato, incapace di offrire qualsiasi sicurezza.

Come sono i valori idrici, oggi? – mi domandò, accendendo una sigaretta.

Sempre più sballati, come al solito.

Erano passati due anni da quando avevo preso a lavorare nel laboratorio chimico e, un contratto dopo l’altro, avevo visto lentamente crollare ogni efficienza degli impianti. All’interno del depuratore tutto stava velocemente invecchiando: attrezzature, cose, persone. Tutto era un deteriorarsi, un compromettersi. Tutto veniva sfinito dal tempo e dai ritmi serrati di un lavoro fondamentale. Ogni addetto ai lavori sapeva, in fondo, quanto fosse importante mantenere gli impianti in efficienza, per la sopravvivenza dell’insediamento ed era proprio questa la ragione che ci spingeva, nonostante tutto, a compiere al meglio il nostro lavoro.

Mia sorella si è ammalata, l’altro giorno – mi disse, abbassando lo sguardo.

Idroxite? – domandai.

Idroxite – confermò con una mossa del capo.

Secondo il Times l’idroxite era diventato il degno sostituto dell’HIV solo più veloce, doloroso e letale. Era una forma di tumore che colpiva stomaco, reni e vie urinarie con la velocità di uno sciame di formiche, divorando le persone dall’interno sino a farle collassare e poi morire.

Almeno metà dell’interzona, se non dell’insediamento intero, ne soffriva.

Secondo il presidente Munillipo era una conseguenza delle contaminazioni mentre secondo mio padre era la degna punizione del Dio denaro. Dal mio punto di vista, così come da quello degli altri addetti ai lavori, era dovuto alla qualità dell’acqua, sempre più contaminata. Ogni giorno la qualità dei campioni analizzati si rivelava più bassa costringendoci a ripetere più volte i cicli di depurazione su intere cisterne di materiale. Ma non bastava mai.

La qualità dell’acqua è sempre più scadente ed i rivenditori, per le strade, la allungano con piccole quantità di acqua contaminata – commentai, tristemente.

Lo so – rispose Rivo. – Ma non possiamo analizzare ogni bicchiere d’acqua che compriamo…

… possiamo solo sperare che capiti a qualcun altro e non a noi – conclusi, abbassando lo sguardo.

Sulla spiaggia una mezza dozzina di tecnici valutava l’efficienza energetica degli impianti di alimentazione. Il tono della loro voce era così alto da far arrivare un fastidioso brusio umano sino a noi, in cima alle balconate del depuratore. Rivo lanciò la sua sigaretta verso il mare lasciandola precipitare per i venti metri che ci separavano dalla spiaggia. Uno degli uomini sollevò lo sguardo.

I dottori hanno detto che non è ancora nella forma più grave e che forse è ancora recuperabile – spiegò. – Ma per quanto? L’acqua è contaminata sempre…

“E lo sarà sempre di più”. Pensai, ma lo tenni per me.

Avremo mai speranze di salvarci da questo mondo? – mi domandò.

Guardai il mare cullare dolcemente i generatori nell’abbraccio della baia. – Non lo so, Rivo. Non ho risposte come queste. Vorrei trovare una spiegazione anche al nostro tempo, alle terre aride e desolate oltre i confini delle torri, alle motivazioni che hanno spinto i padri dei nostri padri a costruire le ciminiere e a regalarci un futuro di radiazioni e malattia, ma ogni volta che ci penso, che penso a ciò che hanno fatto, a come hanno ridotto il nostro pianeta, non riesco a credere che tutto ciò è avvenuto per un qualcosa di giusto o sensato, come dice il presidente Munillipo. E se penso che tutto ciò è stato fatto per denaro, beh, mi viene il voltastomaco.

“Questo mondo non ha problemi irrisolvibili” – disse Rivo, citando Munillipo. – “L’importante è spingere sull’economia, sul lavoro”.

Ma sono tutte cazzate, lo sappiamo benissimo che non esiste più una soluzione a nulla, né all’acqua, ne alle radiazioni, ne alla vita in generale. Siamo condannati a rimanere ancorati in questo tempo, in questo mondo, che non assomiglia più per nulla a quelle immagini che vedevamo da bambini, sui libri di storia. La verità è che siamo un’altra generazione di sofferenza e solitudine.

Rivo guardò l’insediamento, alle nostre spalle, circondata dalle alte figure delle torri, illuminate dalla debole luce del crepuscolo. Ogni cosa taceva, vista da lassù, sia l’interzona che il centro sembravano dei reperti di un tempo antico, dimenticato, quando la luce illuminava i cartelloni pubblicitari e l’acqua scorreva tra rubinetti e fontane, libera.

Siamo rimasti orfani – commentò amaramente, Rivo. – Orfani di un bellissimo mondo.

Il suono della campanella ci richiamava ai nostri posti. La pausa era finita. Era ora di tornare al lavoro.

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