L’Urlo – racconto di Alice Grieco

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su L’Urlo – racconto di Alice Grieco
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Stavamo semplicemente sfogliando un libro. Sembrava una giornata come un’altra. Mia madre amava i libri, amava leggere, amava la musica e amava qualsiasi cosa potesse definirsi arte e soprattutto amava dare un’ occhiata a qualche pagina prima di andarsi a coricare. Spesso e volentieri amava fare tutte queste cose in compagnia e, essendo suo marito di certo meno interessato a tali passatempi, l’unica che le rimaneva era io. Anche se non ero abbastanza matura per certe cose e non potevo di certo comprendere la maggior parte delle cose che mi spiegava, amavo ascoltare i suoi racconti, amavo quando mi spiegava ogni particolare di un quadro; il suono della sua voce quando parlava di arte era così melodioso da non poter non essere ascoltato. Quel giorno, stava vedendo e mi stava spiegando con la sua solita passione il quadro di Munch.
“Questo si chiama “l’urlo”, tesoro. Questo è uno dei capolavori più grandi della storia dell’arte. I colori, i soggetti, le emozioni che trasmette sono uniche. Un uomo che si perde in se stesso, un uomo che ha paura e che urla, ma nessuno mai lo sentirà. È confuso nella sua solitudine, è avvolto da mille angosce, le sue mani sono protese sulle guance, gli occhi sono spalancati. Il suo viso. Il suo viso non c’è più. Di lui rimane solo il suo scheletro perché la paura lo ha divorato. I colori del cielo esprimono il suo sgomento di fronte alla vita.”
Era sera. Mio padre rientrò più tardi del solito e anche più ubriaco del solito, sentii i passi gravare sul pavimento, lo sentii asciugarsi le scarpe bagnate sul tappetino all’ingresso, lo sentii appoggiare la giacca fradicia all’appendiabiti in modo maldestro, sentii l’odore della sigaretta che fumava, sentii l’odore di alcol che lo accompagnava, sentii l’affanno del suo respiro, quasi potei sentire il battito del suo cuore e il pulsare del suo sangue. Mia madre lo guardò impaurita. I suoi occhi. Le sue labbra. Il suo volto. Dentro di lei sono sicura che anche lei stava urlando. Mi accompagnò velocemente in camera mia e chiuse la porta. Potevo solo sentire. Urla, urla vere. Schiaffi, insulti, poi silenzi improvvisi e dopo ancora grida, soffocate da… non so precisamente da cosa, un cuscino? Un fazzoletto? La sua mano? Tutto soffocato nel silenzio.
Feci fatica a dormire quella notte, ma ci riuscii e sognai. La notte è sempre stato per me il momento più piacevole, l’unico in cui non mi sentissi completamente sola. Nella mia mente si materializzavano persone che conoscevo o no. Quella notte sognai il volto di mia madre, bello, estremamente affascinante, con i suoi occhi azzurri che riempivano il cielo e i leggeri capelli biondi che le scendevano sulle gote. La immaginavo sempre con un libro in mano, oppure mentre suonava il pianoforte, o solamente immaginavo che mi parlasse e solo questo mi tranquillizzava. Ma quel sogno presto fu un incubo. Il suo volto da un’aurea angelica acquistò un’altra tonalità. Il terrore lo sconvolse, i suoi occhi erano spalancati e privi di quella sua solita luce, le mani tremanti, la pelle pallida e gridava. Urlava e supplicava aiuto, ma in silenzio. In un tremendo e imbarazzante silenzio.
Mi riconoscevo in quella sua solitudine, infatti chi meglio di me poteva sentirsi sola. Anche io sarei invecchiata nel dolore più velocemente di quanto la natura avrebbe progettato per me, anche io sarei stata consumata dal terrore, anche io mi sentivo sola. Un urlo mi ha dato il respiro alla nascita e un urlo me lo toglierà alla morte. Potevo solo immaginare il viso di mia madre al di là della porta appena mi svegliai, ma fu sufficiente. Quella era l’ultima sera che aveva potuto passare insieme a me, l’ultimo momento in cui potei sentire la sua dolce voce. La portarono in ospedale e quanti giorni passarono prima della sua morte solo Dio lo sa.
Mi sentivo sola, inutile, insignificante. Stavo urlando? E allora, perché nessuno vedeva il mio volto urlare come io vedevo quello di mia madre?
Ma in fondo, cos è un volto? Una persona può essere incredibilmente triste e angosciata, ma saper nascondere gli indizi esteriori del suo malessere. Oppure può essere così felice e serena da manifestare tutto il suo benessere dai suoi occhi, ma probabilmente passeggiando per strada nessuno lo noterà per questo. Nessuno capisce l’importanza degli altri. Nessuno capisce l’importanza di cose che sembrano scontate. Io sono una ragazza cieca, che a 17 anni ha sentito le urla della madre morente, ha odorato il profumo del suo assassino, ha toccato il volto di questi due per anni senza poterlo mai vedere, ma potendolo solo immaginare. Nella mia testa fluttuava il viso di un’ improvvisa bestia, di un demone, che annebbiato nei sensi, chi sa per quale motivo, se la prese con un angelo. E allora cos è un volto? L’assassino notturno nel giorno era un perfetto padre, un marito migliore, un viso meno teso. La sua vittima rimaneva bella e candida nella sua innocenza pur essendo il suo viso invecchiato dal terrore. Il viso è quello che vi vedete allo specchio, quello che vi convincete di essere, è apparenza. Potrebbe rispecchiare la realtà o meno. Nell’urlo di Munch, il viso del protagonista è stato corroso, rimane la schietta realtà del suo dolore e della sua angoscia e io il mio viso non lo vedo, posso vedere solo la sconfitta.

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