Preghiere per un’amica – Racconto di Susanna Boccalari

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Preghiere per un’amica – Racconto di Susanna Boccalari
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Selima non aveva età: chi da anni si fermava per una sosta nella piccola oasi ai margini del deserto ricorda di averla sempre vista lì, davanti alla sua tenda, con gli otri di acqua fresca, del the profumato e ristoratore, e piccoli pani, da gustare con qualche dattero dolce e morbido.
Offriva questi piccoli doni ai turisti o ai nomadi del deserto con i gesti semplici di chi divide quello che ha con gioia, ma per un grande dono, quello dell’acqua, i gesti erano solenni, perché un bene così prezioso merita di essere donato con i riti tramandati dagli antichi adoratori dell’acqua.
Era diventata per tutti la custode del giardino e, nei racconti notturni dei viaggiatori, anche della fonte che alimentava il pozzo dell’oasi.

Ogni anno, sempre negli stessi giorni che il suo calendario interiore ben ricordava, Selima metteva in una sacca un po’ di cibo, di acqua, una piccola fascina di sottili rami secchi, una coperta e partiva per il suo personale pellegrinaggio.
La strada che solo lei sembrava intravedere tra le dune, la portava ad una bassa collinetta rocciosa dove, nella frescura di una grotta ben nascosta, sgorgava la sorgente d’acqua del suo pozzo.
La grotta era buia, piena di strani rumori e del suono meraviglioso di un rigagnolo d’acqua limpida e fredda che scorre tra i sassi, prima di inabissarsi sotto le rocce e la sabbia.
La lanterna di Selima faceva ben poca luce, ma quando arrivava al centro della grotta, i quarzi e le altre pietre rese lucide dalle gocce d’acqua che sprizzavano dal torrentello catturavano quella luce e l’ambiente angusto e freddo si trasformava in un mondo meraviglioso, dove i colori parevano rincorrersi tra loro e dove si formavano, per magia, mille arcobaleni.

Nella grotta Selima si sentiva bene, gli acciacchi che ogni anno sembravano allungare la strada per arrivare alla grotta, per incanto sparivano: nella pozza d’acqua calma che si era formata con gli anni a fianco della sorgente non vedeva il riflesso di un viso scuro e rugoso, ma quello di una giovane donna, bellissima e orgogliosa, che aveva deciso di dedicare la sua vita a quella sorgente, vivendo in povertà la ricchezza che scaturiva dalla roccia.

Ma quest’anno Selima è preoccupata: l’acqua del pozzo da qualche giorno ha uno strano sapore, il vento del deserto porta nuovi odori, sgradevoli e il livello del pozzo è calato.
La donna decide di andare a controllare la sorgente: nelle ossa sente uno strano presagio e nel cuore un peso che non l’abbandona.
Quando arriva in prossimità della collinetta il cuore sembra impazzirle nel petto: molti uomini sono al lavoro accanto a strani macchinari con cui stanno scavando, sollevando nuvole di polvere finissima. Dalle macchine escono fumi e odori puzzolenti che ammorbano l’aria: sebbene si sia allontanata pochissime volte dalla sua oasi, ha già visto in altri luoghi quelle cose, sa che presto della sua collinetta e della fonte non rimarrà nulla.
Gli uomini hanno trovato la fonte di un altro bene prezioso, per loro più prezioso dell’acqua: il petrolio.

Si avvicina a uno degli operai: per fortuna parla il suo dialetto e le spiega che non c’è niente da fare, per salvare la fonte. La collinetta sparirà, la faranno saltare con gli esplosivi, per costruire una strada e per posare un lunghissimo tubo che porterà il petrolio molto, molto lontano.
Quando lei spiega quanto preziosa sia quell’acqua per l’oasi, per i viaggiatori, per il villaggio vicino, l’uomo alza le spalle, indifferente.
Selima sente salire dentro di sé una rabbia enorme, che niente sembra essere in grado di fermare.
Si butta contro i macchinari, contro quegli uomini che non capiscono nulla, troppo impegnati a scrutare il pozzo del petrolio, cerca di graffiarli, di distruggere le loro carte, le loro tende. Urla fino a non avere più voce.
Una furia, che nessuno ha il coraggio di affrontare: basterebbe poco per fermare quelle quattro ossa fragili, ma farle del male non gioverebbe certo alla Compagnia.
Quando finalmente riescono a calmarla e a portarla in una tenda, Selima sente il capo del campo che parla con qualcuno che sta molto lontano e capisce che lei è un problema. Gli uomini del posto sanno quanto sia considerata Selima, quanto siano radicate certe tradizioni e superstizioni. Se Selima morisse, dovrebbero andarsere, abbandonare il campo: nessuno vorrebbe più lavorarci e sicuramente la maledizione della sua morte ricadrebbe sul pozzo.
Ma gli uomini che venivano da lontano si misero a ridere, fino alle lacrime, sentendo quelle storie e fecero tornare tutti al lavoro, dimenticandosi di Selima, che in preda alla disperazione, cominciò a gironzolare per il campo, in cerca di un’idea per fermare quello scempio.
Fu solo quanto arrivò accanto ad una casupola con degli strani cartelli alla porta che seppe cosa fare.
Gli uomini parlavano fitto fitto, ridacchiando e confabulando, ma Selima riuscì a capire quel che bastava: quando se ne furono andati, senza preoccuparsi di chiudere la porticina, la donna entrò furtiva, si impossessò di una piccola scatola che era stata riposta in un pesante armadio, con la chiave lasciata nella toppa, e con cautela si nascose dietro ad alcune rocce.

Nella notte, quando il sonno prese possesso del campo, l’ombra silenziosa di Selima arrivò fino alla fonte: recitò le preghiere più dolci e profonde che ricordava, chiese perdono all’acqua per il male che gli uomini le avrebbero fatto, si lavò con cura nel minuscolo laghetto, sistemò in un angolo le sue cose e si avviò verso il pozzo di petrolio, dove alcuni mostri di ferro attendevano pazienti gli operai.
Cominciò ad urlare, svegliò tutti gli operai: si accesero grandi luci, che cercarono nel buio della notte la donna. La videro avvicinarsi cautamente al pozzo che stavano scavando, riconobbero la scatola che teneva quasi teneramente tra le braccia. Quando capirono le sue intenzioni, cercarono scampo nella fuga, in preda al panico.
Salima adesso non aveva più paura e non provava pietà per quello che sarebbe successo a quegli uomini: loro non avevano voluto capire e meritavano di morire.
Un ultimo passo e Salima cadde dentro al foro, abbastanza grande per la sua esile figura.
La nitroglicerina contenuta della scatola esplose: ben poco rimase del campo, nessuno potè prendersela con gli operai che inavvertitamente avevano scordato di chiudere l’armadio dove era conservato l’esplosivo, nessuno ebbe il tempo per chiedersi se fosse davvero quella la maledizione per non aver rispetto della natura.
La grotta crollò quasi interamente, ma pochi giorni dopo una nuova piccola sorgente si fece largo tra pietre e sabbia… piccola, gentile, fresca e con una storia nuova da raccontare a chi aveva la pazienza e l’umiltà di ascoltare.

Fontana pubblica privata di acqua – Racconto di Trap (pseudonimo)

giugno 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Fontana pubblica privata di acqua – Racconto di Trap (pseudonimo)
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Drof, drop, droch, droffete, droppete, drocchete, drdrdr…
C’è una fontana che perde perdio, è uno scialo di denaro pubblico e i negretti muoiono di sete laggiù in Africa. Dov’è?
E’ giù nel cortile, la povera fontana malata. Che spasimo sentirla tossire. Tossisce, tossisce, un poco tace. Di nuovo tossisce. Come un catarroso vecchio senza senso.
Fino a ieri rigogliosa dispensatrice di sollievo, di refrigerio per grandi e piccini, per umili e potenti, ricchi e poveri. Uguale per tutti e per tutti allo stesso costo: un grazie dal cuore.
Povera fontana, il male che tu hai mi opprime il cuore.
Tace, non getta giù nulla. Tace, non si sente rumore di sorta. Che forse… che forse sia morta?
Diceva che spreco! che spreco! e allora ha strozzato il condotto.
Orrore! Ah no, rieccola, ancora tossisce.
Drof, drop, droch, droffete, droppete, drdrdr…
E’ viva, ma… la tisi la uccide, priva di forze. Dio santo, quel suo eterno tossire mi fa morire, un poco va bene, si sopporta, ma così tanto…
Che lagna!
diceva ma andate, correte, chiudete la fontana, anche la fonte, mi uccide quel suo eterno tossire! Andate, mettete qualcosa per farla finire, magari morire. Ogni goccia che perde, così senza costrutto è una goccia sprecata del mio sangue!
Madonna, Gesù, non più! Mia povera fontana, col male che hai finisce che uccidi me pure.
Drof, drop, droch, droffete, droppete, drocchete, drdrdr…
Son venuti, che bello, vestiti con tute, con ferri e congegni han risolto il problema. Adesso non goccia, non più, la fontana, non esce più l’acqua, però c’è un cartello che dice Inserisci la monetina, avrai tutta l’acqua per ben un minuto!
Che bello che più non ha colpi di tosse la mia fontanella laggiù nel cortile. Che pace che quiete che regna sovrana, non più quello scorrere d’acqua continua o quel gocciolio nemico del sonno. Bastava assai poco per questo trionfo: che l’acqua portasse a qualcuno profitto.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch…

P.S. Solo per estremo scrupolo preciso che il testo si ispira con ogni evidenza e con la massima riverenza alla poesia ‘Fontana malata’ di Aldo Palazzeschi.

Idrodipendenza – Racconto di Trap (Pseudonimo)

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Sei anni, una vita d’inferno. Decine di litri d’acqua minerale ogni giorno, bevuti spesso di nascosto: a canna, succhiando sorsate come un bimbo affamato ciuccia dalla tetta materna.
Galeotta fu una pubblicità, sentita in un momento di particolare stress. In contemporanea la sua retina fu invasa dall’immagine di una bottiglia d’acqua minerale. Da allora, a contatto con quella pubblicità prese a sbavare, poi la gola si seccava e lui doveva bere, bere e ancora bere. Indifferente la marca, purché fosse acqua minerale. Dopo un anno la dipendenza: aguzzina sempre più spietata e capace di raffinati raggiri per schiavizzarlo.
Appena sveglio, mente e corpo correvano a ‘lei’: prima ancora di pensarla, il collo della bottiglia sfondava le paratie delle sue labbra.
I genitori prima, la moglie poi, avevano escogitato ogni stratagemma per inibirgli la bottiglia: rinunciarono a bere acqua imbottigliata. Ma lui aveva una fantasia diabolica nel camuffare bottiglie e bottigliette. I primi tempi ne chiedeva in continuazione ai coinquilini, ignari di tutto, anche se un po’ stupiti della bizzarria di questo giovanottone che mendicava acqua minerale con le scuse più inverosimili. Messi sull’avviso, si erano scatenati a elaborare le scuse più baldracche per eludere le sue richieste.
Idrano Frizzi cominciò a trascinarsi da un bar all’altro, supplicando un bicchier d’acqua: – No, non quella del rubinetto! Ho un rene solo e il calcare me lo soffoca. Mai visto mendicare l’acqua; ma dato che si accontentava di così poco, nessuno gliela negava.
Ne comperava anche, ovvio: a pacchi da sei bottiglie da due litri, che gli duravano lo spazio di un paio di film in tivù a casa sua. Già, perché uno dei risvolti più tragici dell’idrodipendenza era l’impellente e costante bisogno di fare pipì. Ne era ossessionato, tanto da non capire più quale fosse il vero dramma della sua esistenza: trovare l’acqua imbottigliata o un gabinetto dove mollarla? Non di rado si trovava nella situazione di dover svuotare la vescica senza avere a disposizione l’orinatoio. Sempre più spesso lo si vedeva dare di spalle al pubblico davanti a una pianta, a una siepe ornamentale, al fiume. Poi anche i muri cominciarono a imbibirsi dei suoi pisciosi umori: ben presto il paese assunse la tipica fragranza del territorio marcato da un gatto iperferormonico.
Fu fatto divieto assoluto ai negozianti di vendergli acqua in bottiglia e ai baristi di servirgliene o regalargliene. Cadde preda degli spacciatori, che a caro prezzo gli procuravano la sostanza proibita.
Si diede ai furti, alle rapine. Arrestato, accettò il ricovero in una comunità terapeutica. Qui finalmente svelarono il mistero: aveva un bisogno insopprimibile di fluoro e solo le acque che ne contenevano parecchie parti per milione erano in grado di saziarlo. Poi era subentrata la necessità di dosi sempre più massicce.
– Ce ne siamo resi conto – dichiarò uno degli operatori della Comunità ‘Idris salutis’ – vedendo nottetempo un fantasma fosforescente che correva verso il bagno tenendosi le mani sui genitali.
Grazie a un sapiente dosaggio, Idrano riuscì a sostituire via via il fluoro dell’acqua con quello di un farmaco. Del quale divenne dipendente ed efficacissimo testimonial. Pagato in fiale e compresse.
Ora è del tutto guarito: fa sempre il giro dei bar, ma beve solo Campari col bianco. Vizietto che lo colloca in una tranquilla normalità, socialmente accettato. Solo accennargli a quel periodo maledetto gli procura improvvisi attacchi di panico, sedati al volo con un comparino.

La simbiosi – Racconto di Giuseppe Acciaro

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Vanes premette il tasto play del registratore portatile per riavviare il nastro. Riascoltò soddisfatto lo scroscio delle onde del mare e il flusso sonoro pressoché costante del torrente che scorreva a pochi km da casa sua. Chiamò col cellulare Martino, il suo pastore, che si occupava delle capre e delle pecore, che lo informò sullo stato di salute di un paio di ovini. Riaccese nuovamente l’apparecchio e analizzò attentamente la registrazione, pensando all’eventualità di utilizzare quelle sonorità come parti integranti delle sue composizioni. Vanes
amava tantissimo le musiche di Brian Eno, di John Cage, Terry Riley, Steve Reich e cercava di carpirne i segreti immergendosi nei loro universi musicali.
La sera, sebbene fosse stanco dopo il lavoro, trovava quasi sempre le energie sufficienti per dedicarsi a questa sua grande passione. Quando non suonava l’organo, e dato che cenava abbastanza presto, d’estate prima dell’imbrunire camminava per un’ora e mezzo circa, arrivando in prossimità dei vari corsi che bagnavano la zona. Era sempre stato il sogno della sua vita quello di vivere in una zona ricca d’acqua e c’erano voluti degli anni e una serie di circostanze favorevoli prima che riuscisse a realizzarlo. Immergersi tra i suoni e gli elementi della natura (in primis l’acqua) costituiva lo scopo principale della sua esistenza. Vanes possedeva un carattere volitivo, e si impegnava a fondo per centrare i suoi obbiettivi. Non agiva come un panzer incurante di ogni ostacolo, ma quando gli capitava di imbattersi in alcune difficoltà, si prendeva il tempo necessario per capire come affrontarle e superarle.
Non era un gran nuotare ma amava l’acqua perché la sua presenza gli rasserenava lo spirito, indipendentemente da qualsiasi tipo di corso si trattasse. Aveva percepito questo beneficio fin da bambino, senza che nessuno lo avesse indirizzato in tal senso.
Teneva moltissimo all’equilibrio idrografico della sua zona, ed anche alla salute delle specie viventi che popolavano i corsi.
Vanes spense definitivamente il registratore e si guardò intorno. C’era un faggio che presentava una corteccia troppo sbrecciata e le foglie precocemente brunite. Si avvicinò all’albero per dargli un’occhiata più accurata poi si diresse verso il ruscello.
Sapeva che il ghiozzo, che contava diversi esemplari qualche anno prima, si stava estinguendo. Era un po’ di tempo che vedeva dei pescatori sportivi aggirarsi nei pressi del ruscello, e non aveva dubbi sul fatto che ne avessero causato una forte diminuzione.

Vanes si tolse gli stivali ed entrò in acqua, camminando lentamente sui sassi.
Un piccolo ghiozzo stava quasi immobile sul fondo. Il pesce sembrava fissarlo come a chiedergli aiuto. Vanes lo toccò, il ghiozzo ebbe un guizzo e cominciò a nuotare.
Vanes gli si affiancò, imitandolo.

Giuseppe Acciaro

L’acqua è preziosa – racconto di Fulvio Bella

giugno 10, 2011 by · 2 Comments
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Dicono che sono un uomo senza scrupoli, ma in realtà sono loro che chiamano scrupoli la loro incapacità. Dicono che venderei mia madre per 10 euro ma non sanno che in realtà è stata prima lei a vendermi, per quanti euro non so, ma sicuramente non molti e poi allora c’erano ancora le lire.

Dicono che penso solo ai soldi, questo è vero, ma c’è un pensiero più importante dei soldi?

Non si può comprare tutto, si dice, ma a me tutto non interessa; m’interessano le macchine, le ville, le donne.

Macchine, ville e donne coi soldi le compro.

Non sono un’idealista, e son ben felice di non esserlo.

Penso a tutte le balle mese in giro ai tempi del referendum sull’acqua, se seguivo le loro idee, dov’ero a quest’ora? Continuavo il mio tran tran di piccolo industriale brianzolo che si accontentava di qualche truffa bancaria, di qualche contributo europeo dirottato e cosucce del genere.

Ora invece, ecco i miei camion che partono in fila ininterrotta, come formiche metalliche, dall’acquedotto verso tutti i paesi, tutte le città. Sono stato bravo, ma anche fortunato, devo riconoscerlo. Perché al tempo non mi occupavo di politica, non me ne occupo ancora oggi a dire il vero, almeno a un certo tipo di politica; ero indifferente a tutto, figuriamoci ai referendum. Ma per fortuna l’apatia non era solo mia e i referendum non han raggiunto il quorum.

Ricordo ancora, anche se son passati ormai molti anni, la faccia depressa del portavoce di non so quale comitato per l’acqua pubblica, che diceva che a questo punto per l‘acqua si sarebbe aperta la via della speculazione.

I cittadini non si sono resi conto – affermava – di quanto in realtà l’acqua sia “preziosa”. Se ne sono resi conto invece, e bene, i pescecani”.

Sulle prime è stata la parola “pescecane” ad attirare la mia attenzione, ma poi, nemmeno fossi stato quel San Paolo sulla via di qualche cosa, è stata la frase” acqua preziosa “a mettere in moto le rotelle del mio cervello che, a dire il vero, e lo dico con orgoglio, non ho mai lasciato ferme ad oziare.

“Acqua Preziosa” vedevo già il logo, il brand, i cartelli pubblicitari.

Ho iniziato a lavorare.

Qualche quattrino da parte l’avevo, qualche credito bancario son riuscito ad ottenerlo e poi ho iniziato la “caccia”. Un Comune con le buone (“stia tranquillo, sindaco, abbasserò le tariffe, farò sconti speciali per i suoi cittadini”) , un altro con le cattive (“ho visto che c’è in appalto il servizio per la gestione dell’acqua, caro assessore; partecipo anch’io ma sappia che se non lo vinco sua figlia non sarà di certo contenta, lei ha una figlia giovane e bella, non è vero?”); un Comune con la carota (“caro assessore questo è per lei”), un Comune con il bastone (“si ricordi, caro assessore che sono in possesso di quella lettera…”).

Dai Comuni per via territoriale son passato alle Province. E stato per me come giocare a Risiko, del resto lo dice anche il proverbio “chi non risica, non rosica”.

Una Provincia, nemmeno fosse una ciliegia, ne ha tirato un’altra e tutte le Province han tirato la Regione. Una volta vinto l’appalto regionale è stato semplice moltiplicarlo per 21.

Ora i miei camion con le autobotti partono per tutta Italia a rifornire paesi e città.

I cittadini si lamentano, dicono che li prendo per il collo, mentre invece dovrebbero ringraziarmi (ma lo so come va la vita, mai aspettarsi riconoscimenti per il bene fatto); in un’estate come questa, con una siccità così grave, se non ci fosse la mia organizzazione e il mo buon cuore, non si rendono conto che rischierebbero di morire di sete?

Del resto quest’estate del 2026, dal punto di vista del caldo, è proprio un’estate record.

Che bello stare qui affacciato alla finestra e vedere le mie autobotti che partono con la loro scritta a caratteri cubitali: “Acqua Preziosa”.

Puoi essere contento di te, Ragionier Preziosa.

Nessuno avrebbe scommesso qualcosa su di te, tanto meno le insegnanti che quel titolo di ragioniere te l’hanno tirato dietro alla terza bocciatura.

Ma il merito non è tutto mio, devo ringraziare quel caro referendario col suo insistere che l’acqua è preziosa.

Si davvero ora ”l’acqua è PREZIOSA” .

Filtro d’Amore – di Valentina Tassini

giugno 10, 2011 by · 1 Comment
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Poi vorrei capire perché, su questo Pianeta, quando non si sa più chi incolpare, come realizzare soldi facili, guardarsi in qualche servizio al telegiornale e scoprire il proprio viso compiaciuto su qualche giornale ci si attacchi a cose di primaria importanza. Il mondo cade a pezzi e milioni di euro sono spesi per le schede elettorali. Dice bene mio nonno: “ I ricchi stanno in alto e cercano di guadagnare con la terra; noi poveri stiamo in basso e tiriamo avanti aggrappandoci a qualcosa in cielo”… e come dargli torto! Tra qualche giorno si voterà per la privatizzazione dell’acqua. Più il tempo scorre e meno cose ci appartengono. Per fortuna i ricordi sono i nostri e nessuno può disporre un sigillo e dire: “ dal 13 giugno 2011 non saranno più tuoi; ti saranno concessi secondo i nostri ordini e a nostro piacimento”. Quelli no, sono intoccabili. E allora voglio rendere partecipi anche voi di quello che, l’acqua, è stata in grado di creare…

Ero a San Felice Circeo per lavoro; mi avevano commissionato il restauro della Chiesa di San Felice Martire che stava cadendo a pezzi logorata dall’età e dalla guerra finita da poco. Classica Chiesa a pianta centrale che si apriva su un chiostro in cui le belle fanciulle si sedevano per ricamare o per giocare con i fratelli più piccoli. Ce n’erano molte, una più bella e sorridente dell’altra. A quell’età, in quei tempi si era più spensierati di ora ma con mille problemi in più; si doveva allontanare la tristezza della Seconda Guerra Mondiale, le persone care perse e riprendere la propria vita in mano. Ne notai una in particolare però. Distante dalle altre, ricamava seduta sul bordo della grande fontana del Centro Storico. Schivava la compagnia ed i pettegolezzi fanciulleschi. Non si lasciava infastidire se non da quel sole che sconfiggeva immergendo il suo cappello di paglia lavorato a mano in quell’acqua limpida che le scivolava sul collo fino alla schiena. Ogni goccia prendeva vita, si animava sulle sue rosee spalle come se non fosse lei a trovare sollievo dalla calura estiva con quell’acqua pubblica, ma fosse l’esatto contrario. Era una meraviglia anche se era triste. Le si leggeva negli occhioni nocciola che le mancava qualcosa e in quella forza stentata con la quale portava a casa il suo orcio pieno d’acqua verso il tramonto. Volevo parlarle, chiederle almeno il suo nome, ma la paura di turbarla era tanta. Infondo io, non ero neanche del paese. Un giorno però presi coraggio, decisi di avvicinarmi a lei e di aiutala portandole la brocca. Gioco del destino volle che quella sera non la riempì, ma prese un’altra direzione. Non sapevo se seguirla o no, se scoprire dove andasse e poi fuggire per non infastidirla. Poi raccogliendo tutta la mia forza d’animo la raggiunsi. Giungemmo in una grotta scavata dalle acque torrenziali di un piccolo fiumiciattolo nato dalle rocce del promontorio. Si tolse il cappello, sciolse la lunga chioma che le coprì quasi tutta la schiena e tolse il vestito a fiori rosa poco prima di immergersi. L’acqua l’avvolgeva giocando con i riflessi prodotti dai raggi del sole. Era limpida come il suo cuore, irrefrenabile come la sua voglia di raggiungerla, dissetante e refrigerante proprio come la sua visione. Ce ne furono altri di momenti come quelli contornati dalla paura mia d’essere invadente e dalla sua innocenza che pian piano mi fece innamorare di lei follemente. È per questo che, tua nonna ed io, ci siamo detti il nostro sì infinito a Fonte di Lucullo. Beh, forse tra un po non sarà più possibile accedere ad essa. I rubinetti verranno chiusi, le fontane saranno distrutte e le piscine naturali private di quel bene necessario a tutti noi per vivere. Se questo accadrà per tua nonna e me sarà un duro colpo”.

Nonno così raccontava tenendo fra le mani un’ampolla riempita proprio questa mattina alla Fonte per il timore di non poter più richiamare alla memoria quei bei momenti rinfrescandosi il viso o dissetandosi con quell’acqua da cui tutto aveva avuto inizio.

Non possono toglierci anche lei. Non dobbiamo permetterlo. È un bene di primaria importanza, basti pensare che i bambini per nove mesi sono immersi nell’amnios formato principalmente d’acqua, che noi siamo composti al 70 % d’acqua, che le piante, le nuvole e gli oceani sono composti d’acqua. No. Deve essere nostra….

“Here we are

struck by this river.

You and I

underneath a sky that’s ever falling down, down, down

ever falling down”.

( Brian Eno; By this river)

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