Tacco a spillo – racconto di Marinella Lombardi

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su Tacco a spillo – racconto di Marinella Lombardi
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Quel che più mi sorprende è che le formule matematiche

possano avere effetto sul mondo fisico.

Alan Turing 

Tacco alto, tacco basso, tacco a spillo. Informe, massiccio, rastremato. Una lingua che farfuglia. E voi, a che cosa vi “attaccate”? 

Con dolcezza fascio il piede, slancio il polpaccio, scolpisco la coscia. Sottilissimo e intrigante, lei ha scelto me. Un tacco a spillo rosso sgargiante; e come il rossetto – fuoco alla caviglia – accendo il passo, in questa giornata (… etciù!) umidiccia e piovosa…

Sono un tacco intelligente. Guardo il mondo di sotto in su. Raddrizzo il rovescio e scorgo il contrario. Sento un peso fluttuante di emozione e di paure. Setaccio i pensieri che scivolano nel tallone e nell’alluce, per poi svanire. 

Siamo in piedi, in autobus. Qualche fermata e finalmente a destinazione (basta con gli strattoni….). Musica e delizie di compleanno (e altri strattoni).   

Sono un tacco sensitivo e capto i pensieri annidati nei tacchi altrui. Quel ragazzo,  accanto a noi, per esempio, Carino, moro, fighettino e una ridda di numeri in testa. L’orizzonte visivo all’altezza della mini, celata dal cappotto (colore? Rosso, che domanda!) L’orizzonte sfonda il tessuto (perizoma leopardato? No: pizzo nero, inconsistente come un refolo di vento) e si posa sulle forme (raggio di curvatura perfetto). Poi affonda nel petto e nello stampo con il tiramisù (morbide fragranze in equilibrio instabile….baricentro al limite del contorno di base).

Vuoi sederti? Tra quante fermate scendi?, accenna a chiederle il ragazzo.

La parola, però, gli muore in bocca. All’improvviso, il bus sterza, rallenta, inchioda e spalanca le portiere…

Il tiramisù sguscia lungo la tangente, fuori, e anche lei volerebbe via (per il primo principio della dinamica) ma lui lo sa e l’afferra, l’abbranca stretta  stretta e assieme, compatti, ammortizzati, rotolano sul marciapiede. 

– Stai bene  – fa lei, stordita dall’abbraccio imprevisto.

– Solo qualche graffio ai miei integrali… – ed estrae dalla giacca un libro ammaccato di analisi matematica. 

Piove. Il tiramisù è riverso, per terra. Lui guarda e lei scoppia a ridere…. 

Ehi, bella! Sono finito qui, in una pozzanghera, zuppo fradicio.

Ehi, mi senti?

Puoi baciarlo anche dopo, lui, tanto ormai non scappa…

Tratti che mutano – Racconto di Giuseppe Acciaro

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su Tratti che mutano – Racconto di Giuseppe Acciaro
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Allora vi facevo meno caso, anche perché data la mia giovane età non avevo tanti elementi per fare dei raffronti, ma ripensandoci ora i visi dei miei compagni di classe presentavano una discreta varietà di fisionomie, dai triangolari a quelli piatti, aguzzi, rotondi…Alcuni erano già piuttosto definiti, a tal punto che rivedendoli in circostanze casuali e a distanza di tanti anni sembravano sostanzialmente immutati. C’erano bambini provenienti da diverse regioni d’Italia, e anche questo fattore aveva la sua importanza riguardo ai lineamenti del volto. Non ci si studiava l’un l’altro freddamente, altre istanze avevano il sopravvento. Le facce cambiarono durante il triennio delle medie, una maggiore competitività e in alcuni casi un’in- sorgente arroganza influivano sugli atteggiamenti e gli sguardi. Non si era più sulla stessa barca, i giudizi si facevano più estremi, più asprezze che gentilezze, giudizi frettolosi anche taciti, ma eloquenti dalle espressioni. Quindi si cercavano altre facce che non facessero parte dei rapporti obbligati, che manifestassero altre disposizioni d’animo, era necessario aprirsi ad altri contesti. Intanto le mode uniformavano i ragazzi, i capelli a caschetto, il taglio punk…I tratti dei visi sovente si confondono, e il linguaggio divenuto più gergale non aiuta all’affermarsi di un’identità. In seguito tante facce adeguate ai lavori, alle professioni, fin troppo consone, togliendo tante la sorpresa di trovarsi di fronte ad un viso che contrasta con un determinato ambiente. Aumentano le teste rasate, le barbette caprine o quelle che mascherano i lineamenti. I tratti sono sempre meno leggibili e c’è un bisogno assoluto di facce nuove che alimentino spinte vitali, che suscitino interesse…

Quante facce – di Claudia Palombo

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su Quante facce – di Claudia Palombo
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Quante facce, tante facce

Più mi giro più mi piace

Vedere volti bianchi e neri

Volti finti e volti veri.

Intanto piango e rido insieme

La faccia del mio lui è volata come un seme

Stavamo in un campo ed addio, speme!

Facce belle o brutte

Guai a chi ti butta

Io vi colleziono tutte!

L’Urlo – racconto di Alice Grieco

luglio 18, 2011 by · Commenti disabilitati su L’Urlo – racconto di Alice Grieco
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Stavamo semplicemente sfogliando un libro. Sembrava una giornata come un’altra. Mia madre amava i libri, amava leggere, amava la musica e amava qualsiasi cosa potesse definirsi arte e soprattutto amava dare un’ occhiata a qualche pagina prima di andarsi a coricare. Spesso e volentieri amava fare tutte queste cose in compagnia e, essendo suo marito di certo meno interessato a tali passatempi, l’unica che le rimaneva era io. Anche se non ero abbastanza matura per certe cose e non potevo di certo comprendere la maggior parte delle cose che mi spiegava, amavo ascoltare i suoi racconti, amavo quando mi spiegava ogni particolare di un quadro; il suono della sua voce quando parlava di arte era così melodioso da non poter non essere ascoltato. Quel giorno, stava vedendo e mi stava spiegando con la sua solita passione il quadro di Munch.
“Questo si chiama “l’urlo”, tesoro. Questo è uno dei capolavori più grandi della storia dell’arte. I colori, i soggetti, le emozioni che trasmette sono uniche. Un uomo che si perde in se stesso, un uomo che ha paura e che urla, ma nessuno mai lo sentirà. È confuso nella sua solitudine, è avvolto da mille angosce, le sue mani sono protese sulle guance, gli occhi sono spalancati. Il suo viso. Il suo viso non c’è più. Di lui rimane solo il suo scheletro perché la paura lo ha divorato. I colori del cielo esprimono il suo sgomento di fronte alla vita.”
Era sera. Mio padre rientrò più tardi del solito e anche più ubriaco del solito, sentii i passi gravare sul pavimento, lo sentii asciugarsi le scarpe bagnate sul tappetino all’ingresso, lo sentii appoggiare la giacca fradicia all’appendiabiti in modo maldestro, sentii l’odore della sigaretta che fumava, sentii l’odore di alcol che lo accompagnava, sentii l’affanno del suo respiro, quasi potei sentire il battito del suo cuore e il pulsare del suo sangue. Mia madre lo guardò impaurita. I suoi occhi. Le sue labbra. Il suo volto. Dentro di lei sono sicura che anche lei stava urlando. Mi accompagnò velocemente in camera mia e chiuse la porta. Potevo solo sentire. Urla, urla vere. Schiaffi, insulti, poi silenzi improvvisi e dopo ancora grida, soffocate da… non so precisamente da cosa, un cuscino? Un fazzoletto? La sua mano? Tutto soffocato nel silenzio.
Feci fatica a dormire quella notte, ma ci riuscii e sognai. La notte è sempre stato per me il momento più piacevole, l’unico in cui non mi sentissi completamente sola. Nella mia mente si materializzavano persone che conoscevo o no. Quella notte sognai il volto di mia madre, bello, estremamente affascinante, con i suoi occhi azzurri che riempivano il cielo e i leggeri capelli biondi che le scendevano sulle gote. La immaginavo sempre con un libro in mano, oppure mentre suonava il pianoforte, o solamente immaginavo che mi parlasse e solo questo mi tranquillizzava. Ma quel sogno presto fu un incubo. Il suo volto da un’aurea angelica acquistò un’altra tonalità. Il terrore lo sconvolse, i suoi occhi erano spalancati e privi di quella sua solita luce, le mani tremanti, la pelle pallida e gridava. Urlava e supplicava aiuto, ma in silenzio. In un tremendo e imbarazzante silenzio.
Mi riconoscevo in quella sua solitudine, infatti chi meglio di me poteva sentirsi sola. Anche io sarei invecchiata nel dolore più velocemente di quanto la natura avrebbe progettato per me, anche io sarei stata consumata dal terrore, anche io mi sentivo sola. Un urlo mi ha dato il respiro alla nascita e un urlo me lo toglierà alla morte. Potevo solo immaginare il viso di mia madre al di là della porta appena mi svegliai, ma fu sufficiente. Quella era l’ultima sera che aveva potuto passare insieme a me, l’ultimo momento in cui potei sentire la sua dolce voce. La portarono in ospedale e quanti giorni passarono prima della sua morte solo Dio lo sa.
Mi sentivo sola, inutile, insignificante. Stavo urlando? E allora, perché nessuno vedeva il mio volto urlare come io vedevo quello di mia madre?
Ma in fondo, cos è un volto? Una persona può essere incredibilmente triste e angosciata, ma saper nascondere gli indizi esteriori del suo malessere. Oppure può essere così felice e serena da manifestare tutto il suo benessere dai suoi occhi, ma probabilmente passeggiando per strada nessuno lo noterà per questo. Nessuno capisce l’importanza degli altri. Nessuno capisce l’importanza di cose che sembrano scontate. Io sono una ragazza cieca, che a 17 anni ha sentito le urla della madre morente, ha odorato il profumo del suo assassino, ha toccato il volto di questi due per anni senza poterlo mai vedere, ma potendolo solo immaginare. Nella mia testa fluttuava il viso di un’ improvvisa bestia, di un demone, che annebbiato nei sensi, chi sa per quale motivo, se la prese con un angelo. E allora cos è un volto? L’assassino notturno nel giorno era un perfetto padre, un marito migliore, un viso meno teso. La sua vittima rimaneva bella e candida nella sua innocenza pur essendo il suo viso invecchiato dal terrore. Il viso è quello che vi vedete allo specchio, quello che vi convincete di essere, è apparenza. Potrebbe rispecchiare la realtà o meno. Nell’urlo di Munch, il viso del protagonista è stato corroso, rimane la schietta realtà del suo dolore e della sua angoscia e io il mio viso non lo vedo, posso vedere solo la sconfitta.

Morte di un ingrato – di Antonio Scarpone

luglio 13, 2011 by · Commenti disabilitati su Morte di un ingrato – di Antonio Scarpone
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Io e Alfonso eravamo stati amici di infanzia, ma poi c’eravamo allontanati per tutta una serie di motivi: non ci vedevamo di buon occhio.
Alfonso era sempre stato un tipo invidioso, si presentava con quel suo visetto spiritoso, quasi volesse prendere in giro il mondo, e, per di più, nonostante gli avessi fatto molti piaceri, nei miei confronti si era sempre dimostrato ingrato: tutto questo a me non piaceva affatto!
L’ultimo litigio, stupido, aveva avuto un brutto epilogo. Dopo avermi a lungo ingiuriato, nei modi più diversi, concluse la sua arringa con un “comunista di merda!” di troppo! Questo epiteto proprio non mi andava giù!
Non potevo fargliela passare liscia: dovevo trovare una buona occasione, lontano da occhi indiscreti, per fargliela pagare una volta per tutte!
«Io e te dobbiamo parlare», gli dissi appena mi capitò a tiro. Lui lasciò intendere che non c’erano problemi.
L’occasione la ebbi poche sere dopo, incrociandolo nei pressi del ponte, poco lontano dalle nostre abitazioni, dove lui amava fare qualche passeggiata sul tardi. Subito sbirciai intorno: non c’era nessuno, non potevo sperare di meglio.
Con un cenno gli indicai di incamminarci e subito cominciai a balbettare qualche parola. In prossimità del punto più alto del ponte improvvisamente mi avventai su di lui e lo strinsi alla gola: sorpresolo, mi fu facile sollevarlo e scaraventarlo giù; il tonfo fu forte, il suo corpo fu subito travolto dall’acqua e trascinato via.
Mi guardai di nuovo intorno: nessuno!
«Questa è la fine che fanno i veri uomini di merda, quelli come te!», gridai ad alta voce, per sfogo e perché ero sicuro di non essere sentito, e mi allontanai: non avrei mai più rivisto quella sua “faccia un po’ così”! La mia vendetta era consumata.

Antonio Scarpone è laureando in Lettere e Filosofia. Scrive poesie, anche in vernacolo, e racconti, dal 1992, ma non ha ancora al suo attivo pubblicazioni. Ha partecipato a numerosi premi letterari risultando 1° classificato in 21 occasioni. Sue poesie sono inserite in varie antologie e sono state pubblicate su siti letterari e culturali.

Nuovo Concorso Letterario “Con quella faccia un po’ così”

luglio 2, 2011 by · Commenti disabilitati su Nuovo Concorso Letterario “Con quella faccia un po’ così”
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Partiamo con il nuovo concorso letterario. La scadenza sarà l’11 luglio.

Sul sito di OzOz troverete tutti i dettagli per partecipare.  Ecco il bando.

E’ gratuito come sempre.

Tutti i partecipanti riceveranno dei ritratti del Progetto Faces.

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