Sorella acqua – di Giovanni Napolitano

giugno 6, 2011 by · 2 Comments
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Sorella acqua
che sprizzi dalla fonte
fresca e cristallina,
che scendi dal cielo
limpida, pura et abbondante.
Un Dio giocherella con la tua natura.
Ora sei pioggia, ora sei neve,
ora sei ghiaccio, grandine e vapore.
Spengi la sete, tergi le ferite,
sollevi benefica nella calura estiva.
Sei manto abbagliante sui monti,
sei forza poderosa nei torrenti,
risorsa vitale negli oceani sconfinati.
Un Dio ti ha benedetta dal tuo primo giorno.
Un dì ti ha trasformata in vino
per l’onore degli sposi
e ogni giorno ti mesce nel calice
dove è presente col suo sangue.
E’ l’acqua fonte di salvezza
e promessa di vita eterna.

Giovanni Napolitano

Fuori dal muro – di Silvia Zanetto

giugno 6, 2011 by · 2 Comments
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Seguimi.
Seguimi, se il tuo sguardo è acqua limpida e il tuo animo ribolle come magma incandescente.
Seguimi.
Il mio passo è sicuro, anche se il cielo è cupo e il cammino ancora incerto.
Non ho più timore, solo una traccia evanescente di quelle paure che mi incatenavano. Prima.
Ancora pochi passi, e mi sarò lasciata tutto alle spalle, qui: fuori dal muro.
Saprai seguirmi?
Non è stato facile creare una breccia. Ogni pietra è sistemata con oculatezza, frutto di calcoli precisi e di equilibri apparentemente incrollabili, ogni grigio tenace blocco costruito pazientemente per anni e mesi e giorni e ore…
Sono pietre più salde del granito, più fredde del marmo: grettezza, convenzioni sociali, perbenismo sazio di maldicenza, pregiudizi inossidabili.
E poi polvere: soffocante, plumbea, letale come quei piccoli doveri quotidiani di cui giorno per giorno mi sfuggiva il senso, nella rassegnazione grigia di chi ha ormai rinunciato al sogno.
Le mie mani? Sono ferite, sì… le mie mani, un tempo bianche e curate, hanno unghie spezzate e sanguinanti.
Avrai il coraggio di seguirmi, di vedere che cosa c’è fuori dal muro?
Non condannarmi perché sono nuda. Non è per impudicizia, né per vanità, credimi.
E’ che passo dopo passo ho lasciato cadere tutto ciò che non mi occorreva. Non immagini quanti fardelli inutili mi fossi caricata sulle spalle, credendoli indispensabili: convinzioni, consuetudini che mi davano sicurezza, la mia corazza di cinismo che mi preservava dal mondo, illudendomi di esorcizzare la paura.
Ora sono più vulnerabile, sì, ma vedi? Un nuovo bagliore è apparso all’orizzonte, scivola sulla mia pelle e riveste il mio corpo di luce: d’altro non avrò bisogno.
Trovi che nel mio sguardo ci sia anche nostalgia? Che altrimenti non mi sarei voltata indietro?
Non lo nego: Questa dolcezza triste è l’unico fardello di cui non mi voglio liberare. Non fuggo fuori dal muro senza una scia di rimpianto per la vita, seppur banale, che mi sono strappata di dosso: non scorderò le mani di donna che intrecciavano i miei capelli di bambina, o la stanchezza amara dello sguardo di un vecchio seduto in fondo al cortile …
Ma, vedi? Il mio passo è sempre più sicuro.
Ora il bagliore si fa più intenso e una luce rosata scaccia il buio.
Ascolta… Voglio rivelarti un segreto:
Non c’è il riposo, la pace, fuori dal muro. Quella luce lontana è spumeggiante, incandescente…
Forse è la schiuma del mare: vivo, gonfio di passione e di sfida, il mare che mi travolgerà con le sue onde possenti, per poi lasciarmi riposare, sfatta di sale e di sabbia, spossata, sulla riva.
Forse è lava che ribolle: magma in cui perpetuamente mi fonderò, riaccesa ad ogni istante e rinnovata nell’amore che mi guida.

Sarò acqua.
O sarò fuoco.
E mai più sarò cenere.

Silvia Zanetto
Racconto ispirato al quadro “Fuori dal muro” di Nicola Pastori

Acqua – di Marco Tiritan

giugno 6, 2011 by · 1 Comment
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Bevo avido acqua di sorgente
poi sciolto scendo a valle con lei
e mentre scorro veloce
mi passano accanto fiori
foglie
alberi
sento rumori di picchio
corro insieme a piccoli animali di bosco
vedo lontano
profili di catene montuose
sottili fragili nuvole e campi coltivati
viaggio come piuma leggera
sospeso nel dolce letto di roccia
terra
sabbia
tutto scorre
fluisce
scivola via
le mie parole diventano ossigeno
i miei muscoli sono idrogeno in movimento
gocce
liquido
flusso vitale in pendenza caparbia
senza età
come sempre
corso dritto e sinuoso
scosceso di cascata e liscio di canale
fluente sogno
arrabbiato prima
calmo e lento poi
mai fermo fino alla fine
nell’ampia notte
dove tutto ha origine
e semplice tutto si compie

Marco Tiritan

Quando l’acqua non c’è – Racconto di Annamaria Trevale

giugno 6, 2011 by · Commenti disabilitati su Quando l’acqua non c’è – Racconto di Annamaria Trevale
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L’autobotte non è passata neanche oggi.
Mamma ci contava, ed è rimasta molto delusa quando è scesa la sera senza che vedessimo comparire la grossa sagoma familiare in fondo alla strada. “Siamo sempre fortunati ad avere la fontana di Santa Maria qui a due passi” ha detto mentre sfaccendava in cucina in attesa di mettersi a preparare la cena.
Già, in fondo alla strada c’è quella miracolosa fontana da cui l’acqua sgorga sempre e comunque, anche quando da giorni i rubinetti dell’acquedotto sono a secco, e non lasciano colare nulla nel lavandino. Ma nemmeno una goccia di quella fonte perenne va sprecata, perché a tutte le ore del giorno c’è qualcuno intento a riempirvi recipienti, mentre una lunga fila attende con pazienza il proprio turno alle sue spalle.
Si possono vedere fino a notte inoltrata, e sono già lì di mattino presto, in una coda rassegnata con i loro bidoni, le taniche e i bottiglioni: non l’ho mai fatto, ma se una notte provassi a scendere dal letto, uscire da casa e raggiungere la fontana, sono sicura che troverei qualcuno impegnato a riempire il suo recipiente anche alle tre del mattino.
Non so nemmeno immaginare per quante volte ho compiuto il tragitto dalla nostra cucina alla fontana di Santa Maria e viceversa, da quando sono stata abbastanza grande da reggere il peso di un recipiente colmo: sempre quasi di corsa all’andata, per battere qualcuno sul tempo e mettermi in coda davanti a lui, ma molto lentamente al ritorno, gravata dal peso della grossa tanica piena fino all’orlo della preziosa acqua tanto attesa.
Da qualche tempo, per fortuna, mamma e papà hanno deciso che mio fratello Giovanni è abbastanza grande da scendere anche lui fino alla fontana a riempire la tanica. è davvero una fortuna non essere rimasta figlia unica, come la mia amica Giuseppina che non si libererà mai dal compito di riempire qualche recipiente.
Quando sarò grande, sposerò qualcuno che mi porti lontano dal paese, non m’importa dove: so soltanto che vorrò abitare in un luogo dove i rubinetti si possano aprire per bere a garganella ogni volta che lo si desidera, la lavatrice funzioni sempre ed io possa fare tutti i bagni che voglio in una grande, lussuosa vasca piena fino all’orlo di meravigliosa acqua profumata.

Annamaria Trevale

Il peso dell’Acqua – Racconto di Monica Gabrielli

giugno 6, 2011 by · 1 Comment
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Avevo poco meno di tre anni quando mia mamma mi ha messo in testa per la prima volta una bottiglia d’acqua. La ricordo ancora: era da mezzo litro, di plastica, con un’etichetta azzurra con scritto “Vumba”. Fu un giorno importante per me quello: diventavo grande. Fino al giorno prima andavo al pozzo legata a mia madre con uno dei suoi panni colorati che a volte servivano come gonna, altri come tovaglia, altri come lenzuolo. Ero vista come una bambina, una bambina che pesava sulla schiena della mamma. E poi, finalmente, mi hanno fatto scendere da quelle spalle magre ma forti da cui avevo visto il mondo fin dalla mia nascita, su cui avevo dormito, pianto, ballato. Lo ricordo così bene quel momento: era una mattina di luglio, il sole stava spuntando e faceva freddo. C’era la nebbia e forse è proprio a causa di quel giorno che amo tanto le albe invernali, quando la foschia ti fa vedere tutto sbiadito per poi dissolversi all’improvviso per lasciare spazio alla luce del mattino. Per la prima volta mia mamma non mi ha preso in braccio, ma mi ha fatto camminare vicino a lei. Avevo freddo e avrei voluto scaldarmi con il suo corpo. Ma quando, arrivati al pozzo – che fortunatamente era a poche centinaia di metri da casa nostra- mi ha dato in mano una bottiglietta vuota e con un cenno mi ha chiesto di riempirla, ho dimenticato di essere a piedi scalzi e coperta solo da un vestito leggero. Ho messo il contenitore di plastica sotto il tubo, mentre mia mamma azionava la pompa. L’acqua era calda, protetta dalla temperatura della notte da una coperta di terra. L’ho chiusa con il tappo blu e me la sono messa in testa. Non pesava nulla e fin da subito ha trovato l’equilibrio su di me senza bisogno che la tenessi con le mani. Ero così orgogliosa di me quando, tornate alla capanna, ho usato quell’acqua per farmi la doccia. Con il tempo la bottiglia è diventata più grande, un litro e mezzo poi cinque, infine il grande bidone giallo. Venti chili d’acqua pesano, non posso negarlo. Ma è un peso che si sopporta. E’ come per una mamma tenere in braccio il suo bambino: non sarà mai troppo pesante perché fa parte di lei.

Monica Gabrielli

Dolcemente il fiume – racconto di Milly Nale

giugno 6, 2011 by · 1 Comment
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Ai due lati della strada si distinguevano i campi denudati ingialliti dai corti steli d’avena e dal grano falciati che coprivano il suolo come una barba rasa malamente. La terra annebbiata pareva fumare: le allodole cantavano in cielo. Altri uccelli bisbigliavano nelle macchie.
Proseguii il cammino fino al fiume, e mi sedetti accanto ad una sorgente che scaturiva ai piedi di una quercia, in mezzo ad una chioma d’erba esile e lucente di vita.
Mi inginocchiai e mi curvai a bere quell’acqua fredda e trasparente che mi bagnava rinfrescandomi piacevolmente il naso. La bevvi con piacere fisico come se avessi baciato la mia sorgente di vita. In parte era vero, perché il Fiora, che io percorrevo quel giorno in terra di Maremma era il mio fiume, il mio confidente al quale narravo le miei gioie, le mie ansie, i miei ricordi che mi riportavano alla mia terra d’origine: la Toscana.
Improvvisamente dalle crepe rupestri del fiume, il canto di un grillo risvegliò i miei pensieri, così assorti nelle contemplazione dell’acqua che mi scivolava via, gorgogliandomi accanto,
Più ascoltavo, più mi accorgevo che era lui, il grillo rosso di non troppo antica memoria, che m’invitava a ritornare a ritroso ad una storia curiosa che vi voglio raccontare.
Anche qui protagonista un fiume: L’Arno.
Il ragazzo aveva dell’Amore una visione tutta particolare. Diceva a se stesso che per amare bisogna essere ciechi, concedersi interamente, non vedere, non ragionare, non capire. E rinunciare a qualsiasi giudizio, a qualsiasi riflessione, a qualsiasi perspicacia.
Egli era incapace di questa assoluta cecità e ribelle alla seduzione non controllata. Di contro aveva una passione, pescare nel fiume, appunto nell’ Arno, che scorreva nella sua campagna.
Eppure, una volta per un’ora aveva creduto di amare.
Una sera aveva incontrato una personcina esaltata che, per una sua poetica fantasia, desiderava passare con lui una notte in barca sul fiume. Lui avrebbe preferito una camera da letto: però accettò il corso d’acqua e la barca come il segno del destino. Era lei, quella da tempo aspettata? Lei predestinata?
Era il mese di giugno. La ragazza scelse una notte di pleniluni per poter meglio esaltarsi.
Avevano cenato in una trattoria in riva al fiume; poi verso le dieci si erano imbarcati. Non si poteva negare che lo spettacolo fosse meraviglioso. I rospi emettevano il loro grido monotono e chiaro e lo scivolio dell’acqua corrente faceva intorno a loro una sorta di brusio confuso quasi impercettibile, inquietante che dava ai due giovani una vaga sensazione di paura misteriosa. Li invadeva il dolce incanto proprio delle notti tiepide e sui fiumi lucenti sotto la luna.
Era bello vivere e galleggiare così su quelle acque tranquille, trascinati dalla corrente che scivolava via, sognare e sentirsi accanto una giovane donna tenera e bella.
Il ragazzo si sentiva un po’ turbato, un po’ commosso, alterato dalla luce della sera e al pensiero della ragazza.
Siediti qui accanto a me – disse lei – .
Lui obbedì.
Lei riprese:
Ho un desiderio strano…. Voglio ricordare per sempre questi momenti. Voglio che tu li scriva. Ecco prendi carta e penna, le ho portate io, voglio che scrivi questi momenti magici e tutti nostri.
Al ragazzo gli parve troppo: rifiutò. Lei insistette. In realtà voleva tutto registrato, la grande orchestra del sentimento, la luna, il fiume…..
Il ragazzo finì per cedere e iniziò a scrivere:

“ …A poco a poco la barca si avvicina alla sponda e s’impiglia in una salice che la ferma e adagio adagio avvicino le labbra al suo collo.
Ma lei mi respinge con movimento vivace ed irritato:
Smettila villano.
Tento di attirarla, si dibatte, s’aggrappa all’albero e poco ci manca che finiamo in acqua.
Lei dice:
Se ci riprovi faccio rovesciare la barca.
Ed io torno a prendere i remi.
Lei mi domanda:
Vuoi farmi una promessa?
Si. Quale?
Di stare tranquillo, corretto e discreto se ti permetto……
Che cosa, dimmi?
Ecco. Vorrei coricarmi accanto a te, supina nella barca e guardare le stelle.
Grido:
Ci stò.
Lei continua:
Non capisci. Ci coricheremo fianco a fianco. Ma ti proibisco di toccarmi, di baciarmi insomma di….. dai che hai capito.
Prometto.
Lei sottolinea:
Se ti muovi faccio rovesciare la barca.
Ed eccoci coricati, uno accanto all’altra, con gli occhi al cielo, abbandonati alla corrente.
Io sento crescere in me una strana e viva commozione: una tenerezza infinita di aprire il cuore per amarsi, per darmi, per dare i miei pensieri, il mio corpo, la mia vita, tutto me stesso a qualcuno. Il fiume,il mio fiume ha forse compiuto il miracolo?
La mia compagna mormora come in sogno:
Dove siamo? Dove andiamo? Mi sembra di abbandonare la terra: come è tutto così dolce! Ah! Se tu mi amassi….un poco.
Il cuore mi batte furiosamente: mi sembra già di amarla. Non ho più nessun desiderio violento. Sto bene così, accanto a lei mi basta….
E così siamo a lungo, a lungo. La tengo abbracciata e scrivo…..scrivo…
Questa alleanza , casta, intima, assoluta dei nostri esseri vicini che s’appartengono senza toccarsi.. Che cos’è? Non so.. L’Amore forse o la magia dell’acqua che con il suo movimento lento e sinuoso ci trascina? Domande senza risposta .
Il giorno nasce a poco a poco.
Sono le tre del mattino.
Lentamente, una grande luminosità invade il cielo. Di fronte a noi, tutta la distesa del firmamento s’illumina, rosso, rosa, violetto, Chiazzate nuvole infuocate, simili a fumate d’oro.
Il fiume è di porpora. Il fiume è il nostro cammino. L’acqua…l’acqua: essenza di vita
Mi curvo verso di lei. Anch’ella è rosea, d’un roseo di carne sulla quale si è come posato un po’ del colore del cielo.
E’il momento dell’Incanto.
E’ il momento dell’Amore…. Chi sa?

Ieri nei pressi di Firenze, furono tratti dall’acque dell’Arno i cadaveri di due giovani. Un fiumarolo cortese, che aveva perquisito l’uomo per saperne il nome, gli trovò indosso questa lettera.

Milly Nale

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