LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

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LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

Parte I

Due gambe, due braccia… no, non possono essere alieni… due occhi, due mani… sembrerebbe tutto in regola!

Prof. si è mai soffermata a riflettere su cosa accade, nel corso del tempo, a chi assume il titolo di docente?

Persone normalissime che intraprendono la carriera scolastica, chi per “vocazione”, chi per “rivendicazione” contro tutti gli anni passati tra i banchi di scuola a subire “violenze” psicologiche di vario tipo. Persone della porta accanto, che magari hanno anche una famiglia. Si, insomma che tornando a casa si infilano il grembiule per non sporcarsi la maglia, mentre girano il sugo che hanno preparato per il marito affamato.

Si è mai chiesta com’è possibile che i docenti appena mettano il piede nella scuola si trasformino? Delicate signore in gonnella, madri di famiglia, diventano la strega di Hansel e Gretel anche se falsamente continuano a ripetere “Non ti mangio mica”. Impeccabili e austeri professori, con il colletto inamidato e la valigetta in finta pelle, fanno a gara per assomigliare il più possibile all’incredibile Hulk, tanto che quando si infuriano, fanno scatenare un vortice danzante di sedie, banchi e cancellini, con le vene varicose sul collo che gli fanno avere una tonalità di cute simile a pomodori marci?!

Sono pronti a far tremare classi intere con il solo scorrimento del dito ben diritto, magari mezzo sudaticcio, passato sul registro a setaccio di vittime innocenti pronte per la deportazione ad Auschwitz. Sono sempre loro, pronti a scagliarsi contro gli alunni più insicuri e indifesi coinvolti nell’interrogazione, per trovare errori, orrori e difetti vari e, quando capita… la deflagrazione. Bum! Ecco che inizia il veloce scuotimento di testoline, prima a destra, poi a sinistra, di nuovo a destra e così via.

Loro che per la stragrande maggioranza dei casi votano a sinistra ma sono gli unici esseri umani con il cuore che punta verso destra, godono di una politica razziale. Trattano i poveri imbecilli come la peggior razza di extracomunitari, lasciandoli affogare nelle loro acque. Non hanno pietà nemmeno per coloro che di tanto in tanto fanno qualche battuta, così tanto per rendere più gradevole la lezione. Macchè, questi gesti istrionici vengono tacciati come maleducati, vandalici, esibizionistici, insomma da punire come se facessero parte di un gay pride.

Prof. non voglio esagerare. Non mi azzarderei mai a dire che è frequente trovare tra gli insegnanti quelle persone divenute celebri perché, colte da raptus di follia, uccidono la famiglia a sprangate. Quello che voglio dire è che dietro le lenti di questi borghesucci, con le loro piccole utilitarie, che non mancano mai alle cene organizzate dalla scuola o di pagare la loro quota per i fiori del collega morto, si celano persone che hanno capito l’inutilità del loro ruolo e che per difesa finiscono per prendersi troppo sul serio. È un sadismo nascosto il loro, che miete vittime tra le vittime. La loro azione finisce con l’assomigliare sempre più all’istinto atavico di togliere le pellicine o grattar via le crosticine non appena queste si formano. Per non parlare di quei docenti che producono volutamente delle ferite per avere più materiale da scrostare durante l’anno. Diciamo pure, con tutta onestà, che i docenti non esisterebbero se non ci fossero i discenti. Ma soprattutto che i bravi docenti non esisterebbero se non ci fossero i cattivi discenti. È un po’ come per i supereroi. Superman non avrebbe motivo di mettersi quel ridicolo costume se non ci fosse Joker. E meno che mai Spiderman sarebbe chiamato a spruzzare ragnatele ovunque se New York City non fosse in pericolo. Ecco, Prof., credo che sia proprio questo. I miei insegnanti credono di essere dei supereroi e di dover sconfiggere il male. Nel loro delirio il male dilaga ovunque e assume le sembianze della disortografia, della dislessia, della discalculia, ma cosa ancor peggior del disinteresse. Già oltre che ignoranti, sognatori, perditempo, veniamo etichettati come privi di curiosità. Se lo immagina, Prof., un tizio anonimo entra in classe con una camicetta a quadri comprata da Mas e un pantalone ascellare tenuto stretto da una cinta logora il cui perno è a un centimetro dalla fine e noi siamo quelli con poca curiosità e non aperti al nuovo?

Insomma il bue dice cornuto all’asino. E poi c’è da capire cosa intendono, queste brillanti menti, per “nuovo” se la loro novità è un argomento di storia datato 300 a.C. Ecco, questi vogliono propinarci un vestito vecchio, preso dal decrepito baule della soffitta, senza nemmeno dargli una spolverata ed esigere che noi lo indossiamo e che ci calzi a pennello. Sostengo che se lo stesso Dante fosse in vita avrebbe il mio stesso impulso di sferrare calci nel sedere al docente di turno per il modo becero e noioso con cui trasforma la sua opera in una Divina Tragedia. Non sto dicendo che in classe debba venire per forza Benigni ma, che diamine, almeno un individuo un po’ più espressivo e vitale che, senza salire sui banchi, sia in grado di catturare l’attenzione e trasmettere emozioni. Macchè! Niente! Il grigio, il vuoto. Legge o fa leggere quei versi come se si trattasse della composizione chimica del detergente intimo o del dentifricio, ai quali nessuno presta attenzione se non in bagno, nelle occasioni particolari e quando è sparita la settimana enigmistica o topolino. Prof. me lo dica lei. Come devo fare per sopravvivere?

Prof. Katia Carlini – docente precaria di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione;

Alunna Saida Mazzarini del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Miriamo Monaco del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Paola Sensini del IVH del liceo scientifico Isacco Newton di Roma

L’intervallo

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Driiin!

Il suono della campanella pervade di colpo tutta la prima K, scorre rapido e dirompente in ogni anfratto e andandosene si porta dietro quell’alone di noia che aveva permeato la classe negli ultimi minuti della terza ora.

Osservando le reazioni di quei ventuno esseri umani all’udire il suono trillante della campanella si nota un fenomeno straordinario: è come una primavera tanto agognata che piomba di botto per sostituirsi al pesante inverno che la precedeva. Questa pausa è il momento più sereno della giornata scolastica. Seppur breve, caotico e rumoroso, è come una brezza di libertà che soffia tra i banchi e che porta con sé il profumo del riposo, le risate degli amici, il sapore della merenda.

Tutto in pochi secondi.

In altrettanto poco tempo, attorno a me gli individui lasciano i ranghi per sparpagliarsi qua e là, fuori e dentro, al fine di ritemprarsi in quei dieci minuti di relax.

Si formano in brevissimo tempo svariati gruppi omogenei, nati sulle fondamenta di passioni o caratteristiche comuni.

Sicuramente il più straordinario è il cosiddetto Club delle Bische. Nonostante non si giochino soldi, il nome rende perfettamente l’idea che danno allo spettatore curioso quei ragazzi curvi sui banchi con alcune carte in mano e complesse strategie impresse nella mente. Oltre ai giocatori veri e propri altri a turno stanno a guardare, magari gustandosi un panino imbottito o scolandosi una lattina di the freddo. Trionfo e briscola sono i giochi dell’intervallo, mentre si sa che qualche accanita battaglia navale si compie clandestinamente durante lezioni particolarmente noiose, alternata ad alienanti serie di tris. Oltre alle carte, sui banchi del Club delle Bische si trova ogni sorta di merendina, bibita e cartoccio: dai pacchetti di patatine al pomodoro fino alle brioche al cioccolato, dal cappuccino alla Coca-Cola ci sono cibo e bevande a sufficienza per ingozzarsi tutti nel poco tempo a disposizione.

Lasciando gli amici giocatori, più in là c’è una sfilza di rotocalchi rosa viventi: se vuoi conoscere il più segreto pettegolezzo o la novità più interessante, siediti assieme al gruppo delle ragazze che hanno almeno una cosa da dire riguardo a chiunque, sia nel bene sia nel lato piccante del gossip. Severi giudizi, svariate opinioni e diverse idee riguardo a questo o a quello sono elargiti a ritmo incessante ed è interessante starsene zitti ad ascoltare, confrontare ogni frase con i propri pensieri e con quelli di altri che non sono presenti, per poi trarre bizzarre conclusioni sulle quali riflettere anche in seguito.

Altro spostamento: uscendo dall’aula, nel frenetico via vai dei due corridoi principali del piano terra, oltre ad una moltitudine di studenti più grandi, c’è il gruppetto che si ritrova sempre appoggiato al muro, tra l’angolo e la macchinetta che scambia le monete. A differenza dei due precedenti che abbiamo analizzato, esso è misto, composto cioè sia da ragazzi che da ragazze. Un gruppo piuttosto sconosciuto e poco frequentato dal sottoscritto nei dieci minuti d’intervallo. Non so di che cosa parlano o di che cosa non parlano: la diversità dei membri che compongono questo insieme mi offre poche basi dalle quali partire per immaginare i loro discorsi.

Ultimo gruppo è quello dei fumatori che allo squillo della campana s’infilano velocemente nei giubbotti e si recano nel cortile dell’edificio scolastico dove permeano i loro polmoni di nicotina.

Esiste poi una categoria di ragazzi che durante il tempo concesso al riposo vaga di qua e di là senza fissa appartenenza ad uno dei sopraccitati gruppi. Non so come ben definire quest’ultima compagine, della quale peraltro faccio parte, posso dire solo che così facendo ho potuto raccontare come ci si passa l’intervallo nella mia scuola.

Driiin!

Carlo Costanzelli

Il mio primo libro s’intitola Le Scatole Stregate, scritto a soli dieci anni.
Dopo la pubblicazione di alcune fiabe, nel 2007 mi avventuro per la prima volta nella dimensione del romanzo con ERA BUIO (Ed. Pendragon-Bologna)

Buon giorno, bambini

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– Buon giorno, bambinI

-…giorno, maestra… 

Brigida si abbassò e ricevette il bacetto di Mariam sulla guancia.

– Ciao, Mariam 

– Ciao, maestra

Era una giornata fresca, primaverile. I bambini prendevano posto ai loro banchi. Brigida chiuse la porta. 

– Bene, voglio vedere i vostri compiti. Credo proprio che li avete fatti tutti, vero Mariam? Mariam era una bella negretta dagli occhi di solito vispi, ma, quella mattina, no. Li abbassò. 

– Vediamo, vediamo… 

Si avvicinò al banco di Mariam. La bambina coprì il quaderno con le braccia. 

– Fammi vedere, su, da brava. 

La bambina guardò da un’altra parte, e Brigida prese il quaderno, le somme non fatte, il foglio pieno di sgorbi.

– Ma che hai fatto!

Le dispiacque, lei amava Mariam da quando l’avevano accettata a scuola ed era entrata nella sua classe. Era allegra, cercava di imparare, e non faceva troppi cappriccci, insomma era una bambina, mica si poteva chiedere di più. Brigida continuò  a spiegare le sottrazioni sulla lavagna.

– Alla fine della lezione, dobbiamo proprio parlare, tu ed io.

Si senti’ una vocetta:

-Il papa’ dice che i negri sono degli asini…

Qualcuno dei bambini rise.

Un’altra vocetta, da un’altra parte dell’aula, disse, convinta:

– Non e’ vero, Mariam e’  brava.

Brigida guardo’ da quella parte e fece in tempo a vedere Rosetta, una bambina magrolina dai capelli tagliati corti, tirar fuori la lingua a Luigi, il compagnetto che aveva parlato prima; poi disse in modo da essere ascoltata da tutti:

-Non ci fare caso a queste stupidagini. Bambini, dovete rispettare e voler bene Mariam, va bene? 

La bambina aveva sorriso a Rosetta e ora continuava a guardare da un’altra parte. 

Poco dopo, suonò il campanello.  

– Mariam, vieni quì. 

La bambina restò seduta al suo banco. Lei si avvicinò. 

– Ma cosa ti capita? Eri tanto brava. Cosa succede? 

– Non lo so. 

– Come, non lo sai? 

– Non lo so… 

– Bene, fammi queste somme ora. Vedi, i tuoi compagni giocano durante la ricreazione , e tu devi restare a fare le somme, non era meglio averle fatte a casa?

La bambina abbassò gli occhi.  

– Non lo so. 

Madonna, che posso fare? 

Era finita l’ultima ora e suonò il campanello, bene, per oggi è finita. Aveva preso una decisione, non posso restare a braccia incrociate. Prima che i bambini uscissero, Brigida si avvicino’ a Mariam, si fece dare il quaderno da lei  e ci scrisse una nota.

– Per favore, gliela fai leggere alla mamma ed al papa’, domani devono venire a parlare con me. Non ti preoccupare, e’ per il tuo bene.

La bambina si avvio’, a testa un po’ bassa, verso l’uscita. 

– Ciao, maestra.

-Ciao. 

Il giorno dopo, l’ora libera di Brigida, destinata a ricevere i genitori,  era l’ultima. Appena entro’  nella sala dei professori, vide  la madre ed il padre di Mariam. Li conosceva bene, lei era una bella negra, alta come molti etiopi, vicino a lei sono proprio piccola. Lui pure snello, dev’essere agile come una gazella. 

-Signora Maestra, come va Mariam?

-…giorno, Maestra.

L’italiano del padre aveva una strana cantilerna, che non dispiaceva. Li fece sedere, ed  avvicino’ un’altra sedia. 

– Da un po’, Mariam non fa i compiti, è distratta, è cambiata. 

– Che possiamo fare, Signora Maestra? – disse la madre. 

– Lei era allegra, vispa, non lo è  più. 

– Ma… 

– C’è qualche problema a casa? Tra di voi due? Sapete, i bambini soffrono dei problema tra i genitori…

Il padre guardava per terra in silenzio.  

– No, Signora Maestra, mio marito ed io andiamo molto d’accordo, ci vogliamo bene, mica litighiamo…. 

– Ed allora, se c’è pace… 

– Pace? 

– Si, pace… 

– Ma forse siamo un po’ nervosi…  

– Come mai? 

– Sa con tutte queste notizie, alle volte piango, alle volte mio marito si dispera… 

– Cioè?

Il padre sollevo’ il viso e la guardo’ negli occhi, non si capiva se sconsolato o con della rabbia. Disse lentamente, come misurando le parole: 

– Lei sa como siamo arrivati dall’Africa. Ma abbiamo il permesso di soggiorno, lei sa che mia moglie fa la domestica ed io  il benzinaro.  

– E allora, se tutto è a posto?

La madre tentenno’ un po’, e poi disse: 

– Ma, sarebbe, ma tutti i giorni ne dicono una, che ci cacciano via, che non ci cacciano via, che siamo di troppo, che non ci danno più il permesso di soggiorno, non si vive più… Mariam spesso si sveglia la notte piangendo, non so che sogni faccia, prima non era così.

Il padre si gratto’ la testa, ed aggiunse:

– Mariam e’ nata in Italia, ma l’altra sera, prima di addormentarsi, mi chiese se lei non era italiana come gli altri bambini, perche’ la guardavano brutto.

– Capisco.

Si, capisco, qui ho un compito io, altro che… Prese le mani della madre, cercava di trasmetterle il calore del suo cuore. 

– Mi spiace davvero, ma non basta che mi dispiaccia, ve lo assicuro. E’ compito mio che qui la rispettino tutti, dico tutti, e che i compagni le vogliano bene.

– Grazie, signora maestra.

-…grazie.

Il padre aveva i pugni chiusi, lo capisco. Lo sguardo della madre chiaramennte la ringraziava. Uscirono insieme dalla sala dei professori . Mariam si avvicinò ed il padre se la strinse tra le braccia. Le disse:

– La maestra ti vuole molto bene

Brigida le accarezzo’ i ricci della testolina, e le disse:. 

– Mi dai un bacetto? 

Tornò a casa stanca. Il marito l’aspettava con la carbonara pronta. Si baciarono come al solito. 

– Ciao 

– Ciao 

– Come va? 

– Ma… 

E gli racconto’ la vicenda di Mariam.  

– Povera gente, davvero. 

Dopo pranzo, dovette andare a fare la spesa, ma non poteva evitare di pensare a Mariam ed alla sua famiglia.  

A cena, di fronte al televisore 

– Vediamo che notizie ci sono 

C’era il telegiornale, le solite sugli extracomunitari. 

– Per favore, spegni, ne ho fin sopra i capelli. 

– Ti capisco. 

– Un conto è ascoltare tutte le fregnacce che ne dicono, un’altra cosa è vedere una bambina che ne soffre. 

Così, giunse l’ora di dormire. 

– Buona notte. 

Il braccio del marito la cingeva, e chiuse gli occhi. Il silenzio della notte. Ogni tanto una macchina sfrecciante. Già era di giorno, dovette scendere dall’auto perchè la folla non lo lasciava proseguire. L’abbandonò e si lascio trascinare. Lei sola era bianca, negri e negre di tutte le età scendevano in silenzio lungo Viale Spartaco. Appena si ascoltavano le migliaia di passi. Domandò: 

– Dove andate? 

– Ai funerali di Mariam 

Gli occhi le si inondarono di lacrime. Guardò avanti la marea di riccioli neri. Anche da Via Della Libertà  un’altra folla di teste nere scendeva, tutti in silenzio, solo il rumore delle migliaia di passi. 

– Quando è morta? 

– Stanotte, poverina 

Piangeva e caminava con la folla. Mai, neanche a ferragosto, tanto silenzio in città come ora. Rivedeva il visetto vispo di Mariam 

– Non può essere 

D’improvviso, all’inizio a voce bassissima, lei neanche se n’era accorta, un canto, il coro di migliaia di voci sommesse.Si trovò cantando pure lei con la folla 

Faccetta nera, bell’abbissina   

  aspetta  e spera  che già l’ora s’avvicina  

  quando saremo insieme a te….

Il canto era sempre più forte, era un coro gigantesco che si sprigionava da centinaia di vie e piazze della città… Lei piangeva a dirotto 

Facetta Nera, sarai romana  

  la tua bandiera sarà sol quella italiana!  

D’un colpo si svegliò e spense la suoneria. Aveva gli occhi bagnati. Il marito la guardava 

– Che ti succede, un brutto sogno? 

– Bruttissimo 

Si asciugò le lacrime e si preparò  in fretta per uscire 

Come sempre, alla porta aspettando i bambini. Tra tutte le testoline bionde, i riccioli neri di Mariam. Appena si avvicinò la bambina, Brigida si abbassò e l’abbracciò. Gli occhi le si inumidirono, non devo piangere, forza! Poi poso’  la mano sulla sua testolina e la senti’ calda, anche le guance e la fronte erano calde.

-Ma tu hai un febbrone, non te lo senti?

-Si, signora maestra.

La fece sedere in segretaria, e fece chiamare la madre.

Mentre salutava altri bambini, la segretaria le disse:

-Ora vengono a prenderla.

-Aspetta qui, ti dovranno portare dal medico.

Intanto i bambini erano entrati in aula e si erano seduti ai loro banchi. Lei entro’ dietro loro. Era una giornata tiepida. 

– Buon giorno, bambini…

-…giorno….-rispose il coretto di voci infantili.

Tutti si sedettero. Lei li guardo’  pensierosa e, dopo qualche istante, si avvicino’ alla cartina geografica del mondo appesa alla parete.

– Questa e’ l’Africa – e la mostro’ con la mano.

-Non e’ l’America?- chiese con voce ingenua un bambino biondo di facetta pienotta.

Alcuni risero.

-No, Gianluca, e’ l’Africa, e dovete sapere, bambini, che moltissimo tempo fa il mondo era spopolato. Qui in Italia, per esempio, non c’era nessuno, proprio nessuno…

– Non c’erano Romolo e Remo? – chiese una bambina sottile dagli occhi verdi bene aperti.

-Prima ancora, molto tempo prima, cara Lavinia, non c’era nessuno, finche’ un giorno arrivarono i primi uomini, e sapete da dove venivano?

-Dal cielo- disse la vocetta di un bambino sdentato.

-No, Gianni, a quell’epoca mica c’erano gli aerei…

Qualcuno rise.

– Venivano dall’Africa. I nonni dei nostri nonni, dei nostri nonni, dei nostri nonni…

-…dei nostri nonni – si senti’  ripetere da alcune vocette.

-…erano africani, come la nostra cara Mariam.

Li guardo’, quasi tutti avevano gli occhi stralunati.

-I primi uomini nacquero in Africa, percio’ tutti siamo fratelli e ci dobbiamo volere bene.

Si senti’ la voce di Lavinia dal fondo dell’aula:

-E perche’ Mariam e’  andata via?

-Aveva la febbre, la mamma la doveva portare dal dottore. Allora, bambini, dove sono nati i nonni dei nostri nonni, dei nostri nonni, dei nostri nonni?

-In Africa- rispose il coretto.

-Bravi, bambini.

Poi, le venne un’idea:

– Quando torna Mariam, le vogliamo fare una bella sorpresa?

Molte vocette risposero:

-Si, si…

Guardo’ verso Luigi. Il bambino arrossi’ ed anche lui disse con convinzione;

-Si, si…

La madre di Mariam era venuta a scuola ed aveva detto che la bambina ormai stava meglio, e che sarebbe tornata il giorno appresso.

Come al solito, Brigida salutava i bambini al portone della scuola. Mariam si avvicino’  e, come di consueto, lei e Brigida si scambiarono un bacetto.  Brigida, di proposito, si attardo’ in segreteria.

Mariam entro’ nell’aula e si avvio’ verso il suo banco, ma qualcosa la trattenne  e gli occhi le si spalancarono.  Tutti i compagnetti la guardavano sorridenti. Sul suo banco, splendeva un bel mazzo di rose rosse. Poi Mariam guardo’ la lavagna ed un bellissimo sorriso le si disegno’ sul visetto. A grossi caratteri c’era scritto: “CARA MARIAM, BENVENUTA DI NUOVO TRA DI NOI”. La bambina non sapeva chi ringraziare. Brigida entro’ facendo finta di niente, era felice e, come di consueto, saluto’:

-Buon giorno bambini…

CESAR BRUNO e ROCIO LARRAHONDO sono autori della fiaba LA PREMIER ED IL RE, pubblicata nel libro FAVOLE E FIABE edito dall’Associazione Culturale ROSSO VENEXIANO nel 2009. CESAR BRUNO, cittadino italiano residente all’estero nella cittá colombiana di Villavicencio ed anche cittadino colombiano, fa il medico e novelle sue scritte in spagnolo sono state pubblicate in passato su riviste e giornali della Colombia, il Messico e l’Argentina. ROCIO LARRAHONDO, colombiana, anche lei residente a Villavicencio, e’ maestra elementare e di scuola materna, insegnante e ballerina di balli tipici colombiani, e studentessa di psicología.

Diario di un Laureato

giugno 8, 2010 by · Commenti disabilitati su Diario di un Laureato
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Caro Dario,

ormai è fatta! Almeno così si dice in questi speciali momenti, no?

Il grande giorno sta per arrivare. Eppure non so… Tu credi che dovrei parlare di un gran giorno o di un bel giorno? Forse i grandi giorni sono altri. Sono quelli che cambiano la vita di una nazione, di una comunità e si guadagnano un posto d’onore, con tanto di celebrazioni, nella memoria della gente. Io non credo che la mia laurea faccia di me un Clark Kent dei giorni nostri. Mettiamola così: il mio sarà un gran bel giorno per me e a miei cari. Fatto sta che non riesco a godermi appieno questa personale vigilia.

A questo punto dovresti esser tu a far la parte di quello che mi consola e mi dice quelle cose un po’ scontate, ma che uno si aspetta di sentirsi dire in queste occasioni! Non so del tipo che andrà tutto bene, che ho lavorato duro per scrivere questa tesi e i professori me ne renderanno merito. Potresti concludere schiacciando il tasto “orgoglio” dicendomi che pochi hanno avuto l’onore di avere un correlatore che viene appositamente da Torino per presenziare alla seduta. E poi dopo finalmente sarò libero da impegni, dopo anni e anni di sacrifici.

E qui ti interrompo caro diario perché non son sicuro che le cose fatte fin qui possano essere definite “dei grossi sacrifici”. I miei genitori non hanno fatto altro che ripetermi da quando ero bambino che andando a scuola non facevo altro che il mio dovere. Ora che ci penso, forse avrei potuto farlo anche meglio questo dovere e diventare un grande estimatore dell’arte del sapere.

Lo sai, ho sempre avuto in gran conto del valore sociale, etico e morale della signora Conoscenza. Mi son lasciato affascinare da ognuna delle sue doti, mantenendo sempre la mia curiosità sull’attenti pronta ad impegnarsi in ogni nuova esperienza. Ma quanto ancora non conosco e potrei apprendere!? Un mio caro amico mi confidò una volta che la chiave della vita può essere racchiusa in questa frase “sapere, saper fare e far sapere”. Ti lascio riflettere su questo, magari capisci prima di me come arrivarci.

Scusami se come al solito divago e le mie parole ingarbugliano anche i tuoi pensieri, vero? :).

Ritornando alla laurea, penso che sia un traguardo importante. Certamente lo è per i miei genitori. Dedico a loro tutto questo e spero che vada tutto per il verso giusto.

Ora devo concentrarmi e ripetere in questa ultima notte da studente anche se mi è difficile non agitarmi e non avvertire il soffio della tensione.

Mio Dio sto per laureami! Fammi un in bocca al lupo caro amico!

Comuncè, Sabato 5.10.2009

Buondì mio caro,

scusami se ieri non mi son fatto sentire, ma ho avuto un bel po’ da fare fra laurea, parenti e ricevimenti. Sappi, però, che ti ho pensato tanto.

Sono felicissimo!!! Come nei migliori film, il finale è stato inaspettatamente perfetto. La commissione mi ha attribuito 110 e lode e all’unanimità i professori mi hanno chiesto di continuare gli studi e di pubblicare quanto prima il lavoro di tesi. Tutti i presenti hanno applaudito la mia proclamazione e non nego che in quegli istanti mi sono sentito come una star. Sono tanto felice soprattutto per i miei genitori e per Ederì. Grazie a loro ho potuto realizzare questo sogno.

Se da un lato sono lusingato, orgoglioso e soddisfatto per tutto questo, dall’altro non penso di meritarmi tutto questo. Sono ben conscio di avere molte lacune da colmare e tanto da imparare. Di sicuro mi sono impegnato tanto in quest’ultimo anno. E’ stato abbastanza dura, soprattutto in questi ultimi mesi conciliare studio e lavoro. Ma nel futuro devo impegnarmi ed organizzarmi meglio in quel che faccio.

Penso che spesso l’Università (intesa come sistema universitario), valuti in maniera abbastanza discutibile i suoi studenti e faccia laureare gente non competente. Quante volte però si laureano o permettono a dei ragazzi di laurearsi soltanto perché serve quel famoso pezzo di carta. Non starò qui a tediarti raccontandoti dei tanti esami facili ma quante volte ho letto delle tesi scritte e strutturate male, con una poverissima bibliografia, poche note e realtà ancora peggiore con pochissima passione ed amore ma in compenso tanto copia-incolla. Le colpe di tutto questo sono da attribuire sia a noi studenti ma anche al sistema universitario che è soltanto la punta dell’iceberg di tutta la Scuola italiana.

Potremmo discutere a lungo dei vari motivi storico-politici che hanno portato all’impoverimento didattico – valutativo dell’Università ma sinceramente oggi non mi và. Oggi è festa!

Si fai bene a non sopportarmi perché a volte sono davvero un gran bacchettone piagnucolone ma permettermi di sfogarmi almeno ora che sono dottore – sono laureato – ho perso il mio status di studente – ora cosa farò- mi sento abbastanza disorientato – e il mondo gira intorno a me.

Fosche nubi di inquieti pensieri aleggiano nella mia testa. Mio caro amico, prima che esse mi raggiungano vado subito a rintanarmi sotto le coperte, nella mia rassicurante casetta nel mio tranquillo paesino.

Comuncè, Martedì 8.12.2009

Sera a te archivio dei miei pensieri,

in questo lungo week-end di festa ho avuto modo di riflettere e pensare sul mio futuro.

Son passati pochi giorni da quando mi son laureato e sento su di me la pressione della signora Responsabilità, ho tanti pensieri e avverto un senso di precarietà. Quando ero studente le mie giornate erano scandite da lezioni, esami, seminari, incontri. Adesso invece non riesco a trovare dei punti di riferimento, delle date precise, degli obiettivi a breve e peggio ancora a lungo termine.

Sì, lo so che questa è una normale fase transitoria e che ci vorrà un po’ di tempo ad abituarsi a questa nuova condizione. Intanto sto già pensando e vagliando le varie opportunità di formazione e di lavoro che potrò cogliere. Almeno ci provo.

Comuncè, Mercoledì 9.12.2009

Good evening my secret book,

questa mattina ho parlato con la prof. della tesi e mi ha proposto di vagliare l’opportunità di fare un dottorato. O meglio mi ha consigliato di pensarci su e ha suggerito alcuni siti da visitare. La sua proposta mi inorgoglisce ma sinceramente non ci avevo mai pensato prima d’ora.

Prepararmi per delle prove d’esame per chissà quale città italiana, augurarmi di vincere una borsa di studio, sperare di non imbattermi in commissioni corrotte e auspicare che per tre anni vada tutto per il verso giusto, il mio fisico potrebbe anche sostenerlo. Difficilmente il mio stomaco sopporterebbe l’idea di lavorare, alla soglia dei trent’anni, magari con un bel contratto aleatorio, elemosinando per un rinnovo e sognare un concorso a tempo indeterminato.

Di sicuro sarò pessimista, forse mi fascio la testa prima di romperla, probabilmente non è quella la mia ambizione, di sicuro non voglio vivere una vita da precario. Molte vicende dei miei coetanei che vivono in questa soleggiata e splendente penisola non mi sono mica di conforto.

Notte caro amico e scusami se mi sfogo con te ma sei l’unico che possa capirmi in questo strano periodo. Sai che solitamente provo a vedere il lato positivo delle cose ma in alcuni momenti lo sconforto mi assale e non riesco a tenergli testa. Attendo che la notte mi culli fra le sue braccia, lasci riposare serenamente il mio corpo sulla luna e mi ristori con il suono delle sue stelle.

Il tuo speranzoso Josè Pascal

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