LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE – Parte terza



giugno 8, 2010 by
Filed under: Reportage scuola 

LA SCUOLA RACCONTATA ALLA MIA PROF. IDEALE

Parte III

La colpa non è nostra. Soprattutto se pensiamo al docente come sostantivo sinonimo di contraddizione. Quante volte ci si è sentiti dire: “Esigo rispetto!”, oppure “Vorrei vedere se a casa tua ti comporti nello stesso modo”? Molte, ne sono certa. E per quale motivo? Ma come… dai prof… è ovvio: per insegnarci il vivere civile e la buona educazione che, puntualmente, non ci viene insegnata nelle nostre case. In quelle stesse, dove noi non facciamo quelle gesta ignobili (quali poi non è dato a sapersi)! Ovvio, poi se i prof durante il collegio docenti, rispettosamente, compilano la lista della spesa, e con l’altra mano chiamano la lavanderia per accertarsi che il tailleur grigio insegnante è pronto, non c’è nulla di strano!! Ma non sia mai che in aula si usino cellulari, la mania del secolo. Chissà quanti giovani hanno contratto la tendinite acuta e lo strabismo a forza di vedere il telefonino di lato o sotto al banco per evitare di essere visti dal prof di turno, pronto a incenerire i poveri ragazzi. Il fatto è che, anatomicamente, gli insegnanti sembrerebbero anche umani, ma in realtà sono dei veri e propri mutanti che, a seconda del contesto tramutano inesorabilmente!

Non so lei, prof., ma a me è capitato, e più di una volta, di aggirarmi per i corridoi della mia scuola, spinta da un’inerzia famelica, tipo calamita vagante, attirata da ogni fonte di cibo e sangue e, cammina, cammina ecco che mi sono trovata, più volte, ad assistere gratuitamente, davanti all’aula docenti, a un incontro di wreasling, dove chi “sopravvive” ha la meglio con l’accesso all’aula computer, con la prenotazione dell’aula magna, del televisore e ad accompagnare i ragazzi alla gita meno sfigata. Puntualmente poi i prof rientrano nelle loro classi, ancora spettinati e alterati come non mai per il match e, se tornano da vincitori si lodano da soli e fanno la filippica per la tenacia che si necessita nella vita per ottenere ciò che si desidera. Invece, se sono quelli che dovranno ammuffire tra gli scavi archeologici della tuscia, anziché passeggiare sulla rambla di Barcellona, si ripresentano in classe come vittime innocenti, dopo aver, esplicitamente, mandato a quel paese i cari colleghi che hanno avuto la meglio, o come carnefici pronti a ispezionare ogni minimo movimento non permesso, e, come Medusa, pronti a pietrificarci con lo sguardo e a dirci che siamo maleducati, ignoranti… e soprattutto che ai loro tempi non c’era tutta questa volgarità a scuola!!

Prof., mi dica la verità, le è mai capitato tutto questo? Perché poi tra chi se ne va in giro a ispezionare bagni in cerca di fumatori incalliti, come ausiliari del traffico vogliosi di fare multe e chi, tra una spiegazione e l’altra, si fuma la sigaretta, tra chi pretende la puntualità e chi si presente a far lezione alle otto e quaranta, tra chi dà la possibilità di recuperare i voti fino all’ultimo e chi ritiene che la scuola finisca a maggio, tra chi non vuole che si aprano le finestre e chi a causa della menopausa spalanca porte e vetrate a dicembre, io mi sento un po’ confusa. Schiacciata dai tra. Imprigionata dall’incoerenza che insegna coerenza.

Prof., mi dica la verità, le è mai capitato tutto questo?

Già. I cari e vecchi professori potrebbero essere definiti come un immenso agglomerato di materia in disordine, un vortice pieno di contraddizioni e di affermazioni ridicole! Molte volte sono proprio questi “simpatici educatori” a cadere nelle trappole linguistiche più assurde. La professoressa d’italiano sbaglia un condizionale ma, per non cadere ancora più nel ridicolo, va avanti come se niente fosse però, tutto a un tratto, il secchione della classe alza la mano. Per la professoressa è il panico: il suo alunno modello, quello che ha sempre osannato davanti a tutti, sta per metterla in ridicolo dinanzi all’intera classe. Naturalmente, la colta donna con la veste fin sotto le ginocchia e con gli occhiali inforcati, sa che dovrebbe seguire la buona educazione – quella da lei stessa predicata – e lasciarlo parlare. Ma il suo orgoglio, lo stesso che le fa indossare quei ridicoli abiti, ha la meglio. Gli rivolge un gelido sguardo e alzando la voce gli dice di abbassare quella mano e di non disturbare la lezione. Ma il tema delle incoerenze non si esaurisce con così poco. Per esempio, quante volta a noi alunni è stato detto di non usare il telefonino in classe? Oddio, giuro, ormai ho perso il conto. Ce lo ripetono talmente tante di quelle volte che la litania parte come una specie di “onda sonora” che si diffonde nell’aria creando un disturbo nella comunicazione, come quando il cellulare sta per squillare vicino a una radio o a un altro apparecchio elettrico. Se la legge è uguale per tutti allora perché gli insegnanti possono tenere il telefono accesso durante le ore di lezione e rispondere tranquillamente se qualcuno li chiama? Risposta secca ma sincera: noi non siamo loro. Prof., a lei è mai capitato? Ma più che altro ha mai chiesto spiegazioni ai diretti interessati? Io l’ho fatto più volte e la risposta, più volte, è stata decisamente deludente. Con il mio tipico sguardo da falsa intellettuale mi sono avvicinata al professore e con una voce che più bugiarda non si può gli ho fatto notare che tenere il telefonino accesso durante la lezione andava contro la legge e contro tutte le loro infinite prediche. Dopo qualche secondo – lungo come anni – di silenzio, che aveva la forma di ceffone sonoro stampato sulla guancia, il docente, con una voce rotta, che tradiva il suo nervosismo, mi informava che anche lui, come i suoi colleghi, ha una famiglia al di fuori della scuola. È per questo atteggiamento previdente che occorre tenere il telefono a portata di mano, “non si sa mai dovesse succedere qualcosa”. Che scoperta sensazionale. Non ci sarei mai arrivata da sola. Ma la domanda mi sorge spontanea. Noi siamo, per caso, tutti orfani o nati sotto un cavolo? Non abbiamo anche noi una famiglia a cui potrebbe succedere qualcosa? In una circostanza è capitato che non tenessi per me questo domande. Le ho liberate. Ho consentito loro di materializzarsi in parole pesanti come un tomo di letteratura. Il prof ha arrancato. La mia insistenza lo stava mettendo KO. Non sapeva più quali valide tesi proporre per smontare il mio, secondo lui, patetico tentativo di giustificare la nostra “telefonino dipendenza” ma poi, all’improvviso, gli è arrivata l’illuminazione. L’insegnante ha studiato anni. Dopo aver preso la laurea, probabilmente ha fatto anche un corso di specializzazione per diventare docente e per farsi accendere le lampadine al momento giusto. Sicuramente anche il mio insegnante ha seguito queste interessanti lezioni che io immagino avere titoli suggestivi come “Psicologia della classe” o “Bullismo e cellulari: i mali del secolo”. Allora, mi ha guardata, con un arcigno sorriso, convinto che la sua argomentazione avrebbe avuto la meglio. La sua tesi vincente era l´sms. Il mio prof., con tono compiacente e paternalistico, non ha messo in dubbio l’esistenza della famiglia ma si è crogiolato nella convinzione che la nostra urgenza più grave fosse quella di mandare sms: lunghi, corti, importanti, frivoli, idioti, ma soprattutto sgrammaticati e con le faccine. Con la pancia beata e con un sorrisino fastidioso mimava le nostre piccole manine scivolare lentamente sulla tastiera dei nostri apparecchi. Tutta la classe mi ha fissato. I miei compagni aspettavano con ansia la mia contromossa. Ma lo ammetto. Non me la sono sentita. Non ce l’ho fatta a controbattere. D’altronde sono un’adolescente e ho bisogno di credere in qualcuno. Ho bisogno di pensare che sia fondamentale saper scrivere bene in italiano per vivere serenamente e trovare un lavoro in futuro. Me ne sono tornata al posto, colludendo con la sua ignoranza informatica e con la sua salvifica convinzione che gli anni non passino. Del resto per me è già dura così, figuriamoci come sarebbe se il mio professore divenisse anche depresso.

Prof . Katia Carlini – docente precario di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione

Alunna Saida Mazzarini del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Miriamo Monaco del VBS del liceo delle scienze sociali S.Rosa di Viterbo;

Alunna Paola Sensini del IVH del liceo scientifico Isacco Newton di Roma

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