CRONACA DI UNA STUDENTESSA IMPOPOLARE



giugno 8, 2010 by
Filed under: Reportage scuola 

Finalmente maggio. Noi giovanissimi studenti, avevamo aspettato con ansia il primo sole, pronti a scongelarci, a svegliarci da quello che era stato un lungo sogno invernale. Tutto era improvvisamente divenuto più luminoso, ogni cosa risplendeva di un nuovo bagliore, tutto ci incuriosiva e affascinava.

Anche quel rinomato ‘collettivo’, di cui più volte avevamo sentito parlare e che come un nuovo amore ci spaventava e intrigava al tempo stesso, apparve ai nostri occhi come un mistero che era giunto il momento di svelare. Così un mercoledì di fine maggio ci ritrovammo chiuse in un’aula del liceo, fissate da ragazzi che ammiravamo molto.

“Oggi ci sono anche le primine!” aveva esordito uno dei ragazzi di 3°B, causando all’istante sulle nostre guance un rossore che era testimone sfrontato della nostra vergogna.

Tale esclamazione aveva avviato un viaggio che avremmo affrontato per 4 anni, un percorso fatto sì di compiti e interrogazioni, ma soprattutto composito di ideali, speranze e battaglie morali.

I giorni s’inseguivano, così come i mesi, correndo veloci tra versioni di latino e problemi di geometria piana e sempre più cresceva in noi la convinzione di avere voce in capitolo nella politica scolastica e non.

Alcuni professori ci sostenevano nei piccoli passi che ogni giorno muovevamo in quel mondo fatto di circolari, assemblee, attivi e collettivi, facendoci chiaramente intendere che era giusto sperare e tentare di cambiare ciò che ostacolava la libera istruzione.

Ci sentivamo come avvocati difensori del sapere e dei diritti degli studenti e spesso cadevamo vittime di stereotipi e frasi fatte, in cui confidavamo irrazionalmente, senza conoscerne il significato.

Fu per questo che manifestazioni studentesche divennero un evento da attendere con ansia e la faccia del ‘Che’ divenne uno stendardo da seguire e ostentare.

Avevamo tanta rabbia e ancor più speranza, eravamo orgogliosi di essere studenti interessati e partecipi di tutto ciò che riguardava la scuola e un po’ malinconici per il glorioso ’68.

Una volta arrivati in quarta liceo, d’improvviso un evento scosse la tranquillità delle masse studentesche: la ‘legge Gelmini’ era stata approvata ad agosto in Parlamento.

Nel giro di pochi giorni molti studenti della Toscana e dell’Italia ottennero o rubarono le chiavi della propria scuola e mandando via baracca e burattini, divenendo perciò padroni di quel mondo che conoscevano così bene.

I professori, abituati e rassegnati alle ‘occupazioni’, continuarono a presentarsi a scuola e a firmare il registro di classe, come se la routine non fosse mai stata interrotta.

Gli studenti, invece, sperimentavano l’azione politica e si accorgevano di quanto fosse faticoso gestirla.

Nella nostra scuola si verificò nel giro di due settimane quello che l’umanità aveva sperimentato in secoli di storia: dalla monarchia, all’oligarchia, dalla monarchia costituzionale alla democrazia parlamentare, per giungere infine alla democrazia diretta, che si rivelò estremamente difficoltosa.

Per molti studenti (quasi per tutti) quei 15 giorni erano un’ottima occasione per riposarsi in vista di un lungo anno scolastico o per incrementare le loro relazioni sociali e il livello di alcool nel loro sangue. Ma per i pochi che mangiavano, dormivano, vivevano nella scuola, l’occupazione rappresentava un sogno finalmente realizzato (era vivo in loro il ricordo di tempi che erano ormai passati e trapassati) e un mezzo per urlare al Ministro il proprio disappunto.

Dopo 15 giorni di incontri e sit-in (conclusi con una meravigliosa manifestazione a Roma), fu chiaro a tutti che l’occupazione dei luoghi scolastici non aveva più senso di proseguire.

Nel collettivo, che fino allora aveva rappresentato un punto di forza dell’impegno politico degli studenti, si diffuse insoddisfazione e rassegnazione e prima uno, poi due, poi molti componenti smisero di partecipare alle riunioni, che adesso apparivano unicamente come una perdita di tempo.

La speranza iniziò ad affievolirsi ogni giorno di più, sostituita da una crescente rassegnazione alla quotidianità propriamente scolastica e la rabbia si risolse nell’accettazione della loro posizione di studenti, il cui unico dovere è quello di studiare.

Ogni tanto la malinconia ci induceva a tornare là dove ci sembrava di aver davvero iniziato a crescere, al collettivo, ma ogni volta vi trovavamo un piccolo gruppo di ragazzi che suonavano la chitarra o si preparavano per un’interrogazione. Il collettivo era morto, e con esso la voglia di manifestare le nostre idee.

Strascicammo la quotidianità fino a giugno, l’estate passò, come sempre accade, in un soffio e giungemmo così a settembre, impreparati ad affrontare l’ultimo anno.

Guardando al passato, quel giorno di fine maggio ci sembrò incredibilmente lontano e ciò alimentò in noi la voglia di ricostituire un collettivo nuovo, rinato e impegnato nella politica scolastica più che mai.

Ed ecco che il 10 ottobre, stavamo spostando i banchi delle varie classi e ci apprestavamo a scrivere, stampare e firmare fogli in cui ci caricavamo della responsabilità dell’edificio scolastico e di tutto ciò che esso conteneva: stavamo nuovamente occupando.

Ma se quella del 2008 era stata un’occupazione sperata e basata su forti ideali, quella del 2009 si presentò come un’indiscutibile testimonianza della svogliataggine della maggioranza dei ragazzi.

Le manifestazioni che si svolgevano ogni mattina a Firenze erano organizzate da piccoli gruppi di studenti, indipendenti l’uno dall’altro, i comitati organizzativi delle varie scuole erano divisi da stupidi pregiudizi e si battibeccavano durante le riunioni per ideologie propriamente partitiche.

Ben presto le occupazioni si spensero in un vergognoso silenzio, in un appiattimento delle masse studentesche.

Ma se nel 2008 tutto ciò era risultato come una sconfitta alla quale rassegnarsi, nel 2009 tale sconfitta ci ha insegnato che dobbiamo, visti i mezzi che possediamo, adoperarci nel piccolo della nostra realtà scolastica.

Le assemblee mensili, il collettivo e tutti gli apparati scolastici sono i mezzi con cui possiamo informare e coinvolgere coloro che domani saranno la società lavoratrice e votante, cioè coloro che in un vicino futuro avranno il compito di far progredire lo Stato.

Con gli anni ci stancheremo di questi discorsi un po’ scontati, ma in fondo ci crederemo sempre.

Elena Poggioni

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