Una storia d’amore a Milano, di Artemisia



febbraio 3, 2010 by
Filed under: Incontri 

Il mio Inferno e il mio Paradiso iniziarono quando una collega mi invitò a casa sua, a Milano, per un aperitivo serale, con altre due compagne di lavoro, notoriamente mangiatrici di uomini. Assieme a noi sarebbero arrivati due ragazzi che, come lei, facevano parte di un coro parrocchiale. Nessuna di noi quattro era più una ragazzina. Io ero l’unica nubile del gruppo, ma anche la meno scafata, nonostante non aspettassi più i vent’anni, anzi, mi avvicinassi ai trenta. Le altre, con una decina d’anni di più, facevano strani discorsi che io non raccoglievo. Voglia di trasgressione, noia, disaccordo coi mariti, mi sembrava proprio che andassero a caccia di avventure, ma non era il mio caso. Io aspettavo, semmai, il grande amore, non mi accontentavo più di amorazzi.
Arrivammo a casa di Laura quasi contemporaneamente, io da sola perché abitavo lì vicino, in una via parallela, le due colleghe insieme, venivano da un paesino dell’immediata periferia milanese. Ci eravamo messe tutte in tiro: Laura ci aveva informate che i due ragazzi, amici per la pelle, erano molto “perbene”, e volevamo presentarci al meglio della forma, che per me significava un simpatico completo bluette con tanto di lunga collana d’argento al collo, che faceva tanto bon ton; per le altre minigonne con spacchi inguinali, tacchi a spillo e trucco da gran serata a teatro. Subito dopo il nostro ingresso suonò ancora il campanello; il padrone di casa preparava gli aperitivi, Laura era alle prese con delle deliziose tartine, per cui mi pregarono di aprire. Mi stampai un bel sorriso sulle labbra e spalancai la porta,  Mi trovai di fronte due bei ragazzi alti, sorridenti e con un enorme mazzo di fiori per la padrona di casa. Peccato, però, che quest’ultima avesse omesso di precisarci l’età dei due ospiti: erano giovanissimi, sicuramente una decina d’anni meno di me!
Uno dei due calamitò la mia attenzione, e fu a lui, che alcuni anni dopo sarebbe diventato il compagno della mia vita, che rivolsi l’invito ad accomodarsi. Poi fu un susseguirsi di chiacchiere, scherzi, risate e doppi sensi.
Arrivò più tardi Giuditta, la figlia diciottenne di Laura, carina, timidotta e molto trendy, che salutò educatamente gli ospiti della mamma e si rintanò in camera sua. Molto tempo dopo avrebbe fatto, in qualche modo, parte del mio inferno.
La serata finì allegramente. Prendemmo accordi per rivederci la domenica successiva, tutti insieme. Alle mie colleghe piaceva molto frequentare le sale da ballo, al pomeriggio. Io, da pochi mesi a Milano, non sapevo neanche cosa fossero; tutt’al più, quando andavo a ballare, mi recavo in discoteca, e sempre di sera. Ma poiché m’incuriosiva tutto di questa città che mi era quasi del tutto sconosciuta, accettai volentieri:
I due amici, Stefano e Andrea, mi accompagnarono a piedi a casa mia, un piccolo appartamento ristrutturato in una vecchia casa di ringhiera, che avevo avuto la fortuna di affittare a un prezzo decente tramite un’inserzione su Seconda Mano. Anche loro abitavano poco distante, la passeggiata fu piacevole.
La domenica seguente ci trovammo tutti, verso le diciassette, davanti a una sala da ballo in via Montenero. Entravano di continuo signore un po’ attempate ma ben vestite, non tutte accompagnate da un cavaliere. Entrammo anche noi, e scendemmo dall’atrio, giù per le scale strette, nel vasto locale, affiancandomi a Stefano. Lorena aveva cercato di prenderlo sottobraccio, poco prima, ma lui si era defilato avvicinandosi a me.
La musica suonava, discretamente ma di continuo, brani di liscio. Andrea e Lorena si lanciarono subito in un tango appassionato. Laura e Clara dovettero aspettare solo qualche minuto, infatti due tipi volgarotti si avvicinarono e le invitarono a ballare. Esse non aspettavano altro, e sparirono sulla pista affollata, lasciando noi due, seduti sul divanetto, a chiacchierare come amici di vecchia data. Infatti tra di noi si era stabilita un’intesa immediata, una corrente di simpatia molto forte. “Peccato che sia così giovane, pensai, altrimenti ci farei un pensierino.” Parlando del più e del meno ci accorgemmo che avevamo molti interessi in comune: la musica, la lettura, l’arte, la gastronomia. Mi sarebbe piaciuto ballare con lui, ma quando glielo chiesi mi confessò che non sapeva farlo. Poco male, tanto neanch’io ero un granché.
Dopo un paio d’ore le nostre amiche ne ebbero abbastanza e uscimmo all’aperto. Ci salutammo con la promessa, che non avevo alcuna intenzione di mantenere, di replicare il pomeriggio e mi avviai verso casa a piedi, mentre le altre raggiunsero la macchina con Andrea. Stefano mi disse se poteva fare due passi con me, visto che andavamo nella stessa direzione. Camminando lentamente per la strada che si andava svuotando, poiché intanto calava la sera, ci scambiammo qualche informazione reciproca sui nostri luoghi di origine, sul lavoro che svolgevamo, sul modo di vivere in questa bella città che, fino a qualche mese prima conoscevo solo attraverso giornali, tv e libri. In quei giorni stava ultimando il servizio militare in un paese dell’hinterland milanese e la sera, spesso, tornava a casa, a Milano, dove viveva ospite di alcuni zii. Poi, avendo vinto un concorso indetto da una grande azienda del luogo, avrebbe cominciato a lavorare come impiegato e avrebbe cercato un’abitazione per proprio conto. Io, invece, avevo superato un concorso da insegnante alla scuola elementare e da pochi mesi ero qui, ma contavo di chiedere il trasferimento a Roma, città da cui provenivo, non appena mi fosse stato possibile.
A un certo punto Stefano mi chiese la mia età, e io, per civetteria ma anche così, per sentirmi uguale a lui, ebbi la pessima idea di rispondergli: “Più o meno la tua”, mai più pensando che un’innocente bugia mi avrebbe fatto vivere, più tardi, momenti infernali. Laura mi aveva detto che lui aveva ventidue anni, anche se l’aria seriosa che ostentava lo faceva sembrare più maturo di quanto fosse in realtà. Pensai che non lo avrei più rivisto o per lo meno, lo avrei incontrato molto raramente per la strada, visto che abitavamo vicino.
Io avevo quasi trent’anni, anche se avevo un aspetto fresco e sbarazzino e non li dimostravo affatto, ma il mio interesse doveva fermarsi lì, alla simpatia reciproca.
Ci salutammo con slancio e rincasai.
Il giorno successivo, a scuola, con le tre colleghe parlammo del pomeriggio del giorno precedente. Erano tutte gasate, Laura e Clara avevano fatto conquiste e sarebbero tornate nel locale il giovedì pomeriggio, per incontrarsi con i due spasimanti. Invitarono anche me e Lorena, ma io mi defilai.
Laura cominciò a invitarmi spesso a casa sua; oltre a Giuditta, aveva anche un figlio di tredici anni che frequentava la seconda media, e andava male in italiano, così mi chiedeva di dargli qualche ripetizione, al pomeriggio, poi era giocoforza fermarmi a cena con loro. Dopo un po’ di volte, però, cominciai a rifiutare; non era piacevole stare a tavola, e assistere ai litigi che scoppiavano spesso, tra Laura e il marito, a volte per motivi molto futili. Tra l’altro, tentavano di coinvolgere pure me, cosa che non ero disposta ad accettare. Di piacevole, invece, c’era che spesso telefonavano a Stefano per invitarlo a bere il caffè. Lui veniva, facevamo due chiacchiere, poi, dopo aver riaccompagnato me, tornava in caserma.
Cominciò a stabilirsi tra noi una complicità imprevista, un’intesa immediata su parecchie cose. La mia collega mi aveva rivelato, qualche giorno prima, che egli aveva cominciato,  da alcune settimane, una storia con una ragazza del coro che entrambi frequentavano due sere alla settimana. Mi era dispiaciuto un po’, ma, tanto, a me che poteva interessare?
Mi invitò ad andare a sentirli, una sera, ed anzi mi propose di partecipare anch’io ma rifiutai, non solo perchè ero stonata, ma anche perchè a me non piaceva cantare. Mi misi invece d’accordo con Laura per andare una sera con lei durante le prove, che si tenevano in una vecchia chiesa sconsacrata. Quando arrivammo, a piedi, sul posto, alcune persone erano lì davanti a chiacchierare. Nel gruppetto riconobbi anche Stefano, che parlava animatamente con una ragazza. Laura mi disse che era il suo filarino. Rimasi un po’ male, ma feci finta di nulla. Una volta dentro, mi presentò tutti i componenti del coro, poi  iniziarono a cantare.
Alla fine delle prove ci salutammo e tornai a casa con la mia collega. Ero delusa, avevo fatto male ad aspettarmi qualcosa di più da Stefano, quella sera.
I giorni passavano, non ebbi più notizie di lui, non lo vidi più da Laura. Infatti in quel periodo la vedevo solo a scuola, e non avevamo il tempo di parlare dei fatti nostri. Sua madre era stata ricoverata in ospedale, a causa di una brutta caduta, ed era immobilizzata a letto, per cui lei correva tutto il giorno tra lavoro, famiglia e madre.
Le mie giornate scorrevano al solito; pensai di iscrivermi in palestra per fare qualche conoscenza e passare delle serate un po’ diverse. Andai a trovare una mia amica, un fine settimana, a Piacenza e, poiché cominciammo a parlare delle prossime vacanze estive, mi invitò a trascorrere un paio di settimane al mare, a casa dei suoi genitori che abitavano a Gallipoli, in provincia di Lecce. “Ma guarda, pensai, la stessa città di Stefano.” Fu ciò a convincermi, e pensammo, grosso modo, di andare in Puglia verso la fine di luglio. Era solo il mese di aprile, tra poco sarebbe stata Pasqua, ma era piacevole pensare all’estate, al caldo, alla sabbia. Laura mi chiese, un giorno, se avevo più sentito Stefano, lo aveva intravisto per strada e aveva saputo che aveva terminato il servizio di leva. Ora aveva iniziato a lavorare ed era in cerca di un appartamentino tutto per sé. Le aveva chiesto anche mie notizie, ripromettendosi di chiamarmi. Ma io non l’avevo visto né sentito, d’altra parte non c’era motivo. Allora si prese la briga di informarmi che la storia con quella ragazza del coro era già finita. Poi aggiunse, maliziosa:” Ma Stefano t’interessa? Ti fa il filo?” Le risposi, con un filo di speranza:” Ma lo sai quanti anni ho? Quasi dieci più di lui.” E chiusi l’argomento.
Non lo vidi per un bel pezzo; poi lo incontrai ancora a casa di Laura. Ormai era la fine di giugno. Tutti parlammo delle nostre mete per le vacanze ormai imminenti. Quando Stefano seppe che sarei andata dalle sue parti, volle sapere tutto, il periodo in cui pensavo di partire, l’indirizzo della mia amica ecc., poi, a sua volta, mi diede l’indirizzo dei suoi genitori, invitandomi ad andarlo a trovare insieme a lei. Anche Andrea sarebbe andato con lui, suo ospite. Avremmo potuto andare al mare insieme, qualche volta, fare delle escursioni. Promisi, senza molta convinzione, di farmi viva, poi la serata finì in gelateria. Ci lasciammo salutandoci tutti allegramente.

Il viaggio era stato lungo e faticoso; il treno era un normale rapido, e, come spesso accadeva, l’aria condizionata non funzionava e i finestrini erano bloccati: praticamente si boccheggiava La mia amica mi aveva preceduta di alcuni giorni, e mi venne a prendere alla stazione di Lecce già tutta abbronzata. La scorsi sul marciapiede mentre il treno rallentava fino a fermarsi. Presi la mia valigia e scesi felice, salutando Gabriella con slancio, ci abbracciammo, poi lei si tirò indietro, indicando due ragazzi con la tuta da motociclista e i caschi in mano, fermi a due passi da noi. Nooo, non ci potevo credere! Stefano era venuto alla stazione a salutarmi. Allora gli importava qualcosa di me!, realizzai in un attimo. Mi riscossi, un po’ imbarazzata feci le presentazioni, e con la promessa di vederci ci dirigemmo verso l’uscita.
Gabriella voleva sapere tutto, mi tempestava di domande: dove l’avevo conosciuto, da quando stavamo insieme, perché non le avevo detto niente. Come correva con la fantasia! Quando le raccontai che in realtà era un semplice conoscente e non sapevo che sarebbe venuto alla stazione non voleva crederci. “Ti guardava con uno sguardo innamorato!” mi disse. “Beh, se è innamorato io non lo so e non me l’ha mai fatto capire!”, le risposi.
Ogni giorno andavamo al mare a prendere tutto il sole del Salento; il più delle volte raggiungevamo gli scogli, insieme ad alcune amiche , e trovai perfino il coraggio di lasciarmi andare nell’acqua alta, verde e limpida, appoggiata ad un materassino, perché io non sapevo nuotare. Mi ripromisi, una volta tornata a Milano, di iscrivermi in piscina, per imparare. Era troppo bello stare immersi fra le piccole onde che si andavano a frangere sulla scogliera odorosa di salsedine.
Un pomeriggio, sul tardi, eravamo sedute in giardino con la mamma di Gabriella. Conversavamo pigramente, sorseggiando un caffè freddo aromatizzato alla cannella. Una moto si fermò davanti al cancello, ed ecco i due amici arrivare. Entrarono e, dopo dieci minuti uscimmo a fare quattro passi. Ero felice, da una parte, perplessa dall’altra. Decidemmo di andare al mare insieme, il giorno dopo. Stemmo sugli scogli dal mattino alla sera; avevamo portato dei panini e della frutta, fu tutto molto bello e molto strano, ma fu l’ultimo giorno che presi il sole. Rimediai una brutta e dolorosa scottatura che non mi permise più di espormi ai raggi infuocati.
Dopo quel giorno non vidi più Stefano, ed arrivò fin troppo presto il giorno della partenza. Mentre ci accompagnava alla stazione la mamma della mia amica mi chiese di punto in bianco:” Ti ama molto quel ragazzo? Ti guarda in un modo!” Ma le risposi la solita verità, che tra noi non c’era proprio nulla, se non una conoscenza che si stava lentamente trasformando in amicizia. Questa domanda, però, m’indusse a una piccola, inconfessata speranza, che rimuginai in treno tra me e me, pronta però, a dimenticarla appena tornata al tran-tran quotidiano.
L’anno scolastico ebbe inizio ai primi giorni di settembre. Con Laura mi misi d’accordo per frequentare un corso di nuoto serale in una piscina comunale, a pochi isolati di distanza dalle nostre abitazioni. Le iscrizioni si sarebbero aperte di lì a qualche giorno, quindi ci ripromettemmo di recarci sul posto la settimana seguente. Aveva ripreso ad andare alle prove del coro, vedendosi con Stefano e il suo amico, e mi domandò se mi sarei scocciata se i due fossero venuti con noi. Non ebbi nulla da obiettare, non poteva farmi che piacere! Alla prima occasione utile ci demmo appuntamento presso la segreteria della piscina, ma all’incontro, sul tardo pomeriggio, ci presentammo solo Stefano e io. Per vari motivi Laura e Andrea avevano cambiato idea.
Dopo aver fatto l’iscrizione ci avviammo, a piedi, verso la strada di casa. Poiché intanto si era fatta ora di cena e le strade si andavano svuotando, ci infilammo in una pizzeria e divorammo un’ottima margherita. Ero felice, felice, felice! Non mi facevo illusioni, ma il mio cuore cantava di gioia.
Due volte la settimana andavamo a nuotare, ci incontravamo alla fermata dell’autobus, lui sempre di corsa, perché veniva dall’ufficio, due o tre fermate e poi due ore di ginnastica e lezione di nuoto.
La prima volta tornammo, stanchi morti, a piedi. Il giorno prima avevo fatto rifornimento di ghiottonerie e prelibatezze al reparto salumeria del supermercato, ripromettendomi di invitare Stefano a mangiare un panino, se avessi trovato il coraggio. In effetti, davanti al portone di casa mia, con finta noncuranza, gli chiesi se gli andava di fare uno spuntino con me Accolse la proposta con entusiasmo, lo stesso entusiasmo con cui mi aiutò a spazzolare, senza tanti complimenti, i ricchi panini farciti che andavo via via preparando. Era strano vederlo lì, condividere in quell’ambiente, a lui estraneo, un atto così familiare e  intimo, come quello di preparare e consumare insieme il cibo! Ci salutammo con molto calore e una nuova complicità.
Laura s’informava sui nostri progressi in piscina, e avevo capito che mi teneva il muso perché ci andavamo senza di lei. Ma che potevo farci? Era stata lei a tirarsi indietro. Io ero troppo felice, e non badavo assolutamente ai suoi musi.
Una sera, dopo la piscina, andai con Stefano a mangiare in un barcone ancorato sui Navigli. Il comune di Milano aveva organizzato delle manifestazioni, in quel periodo, e, tra le altre, un concerto dei “Camaleonti”, che, anche se passati di moda, attiravano ancora molta gente, e tra questa noi, capitati per caso in quella piazza, dove si stavano esibendo. Ci fermammo ad ascoltare il complesso, circondati da una marea di persone allegre, vocianti. Verso mezzanotte, stanchi di stare in piedi e pensando alla levataccia del giorno seguente, andammo a recuperare la macchina. Per proseguire, dovevamo letteralmente farci largo a spintoni tra la folla che ci separava ad ogni passo, correndo il rischio di perderci di vista. Con molta naturalezza Stefano mi prese per mano, stringendola forte, che emozione! Mi sembrava di essere tornata indietro, negli anni dell’adolescenza, quando un gesto così tenero bastava a renderti felice. Raggiungemmo la macchina e tornammo indietro. Mi fece scendere davanti a casa mia, aspettò che entrassi e ripartì. Avevamo scambiato pochissime parole, come se una nuova timidezza si fosse intrufolata tra di noi.
Scacciai dalla mente ogni pensiero, ero divisa tra la speranza che tra noi nascesse qualcosa e la consapevolezza che tra noi c’erano quasi dieci anni di differenza e non volevo che ciò mi rovinasse il piacere della serata.
La mattina successiva dovevo essere a scuola per le otto, per cui, come al solito, uscii presto per raggiungere comodamente la fermata del pullman che prendevo ogni giorno. Aprii il portone d’ingresso e…chi ti vidi, appoggiato al muro, con un mazzolino di fiori in mano? Stefano, con l’aria sorniona e un sorriso tenerissimo sul viso.
“Cosa ci fai qui?,” gli chiesi. “Ti aspettavo”, mi disse, semplicemente. E fu così che vissi giorni di Paradiso. Al mattino mi aspettava sotto casa, andavamo in un piccolo bar poco lontano a chiacchierare e a fare colazione, poi di corsa a prendere i mezzi pubblici per recarci al lavoro. Mi sembrava di vivere sulle nuvole, niente mi pesava. Tra noi non erano state dette parole d’amore, ma erano lì, dietro le azioni e le frasi convenzionali.
Per qualche giorno, per motivi di lavoro, dovette andare a Napoli. Non esistevano i telefonini, ed era difficile conciliare gli orari, per cui per un po’ non lo sentii. Ci pensò Laura a darmi sue notizie, anche se non gliele avevo chieste. Mi informò che sua figlia, Giuditta, aveva partecipato ad una serata di gala, indetta da un’associazione benefica, e  Stefano era stato il suo accompagnatore. Sentii i morsi della gelosia farmi male da morire, davanti al sorriso soddisfatto della mia collega. Certo, sua figlia, per età gli era più vicina, ma io repressi il malessere e feci finta di niente. Non volevo rendermi ancora più ridicola di come già mi sentissi. Declinai pure il suo invito a cena, soprattutto dopo aver saputo che sarebbe stato presente anche Stefano; infatti mi sembrava di capire che sarebbe stata contenta se tra lui e Giuditta fosse nata una storia.
“Come è stato breve il Paradiso!”, mi dissi. Dal Paradiso passai rapidamente all’Inferno. Ma con chi prendersela?
Per il fine settimana andai a trovare dei parenti, a Parma, e rientrai lunedì mattina, recandomi direttamente al lavoro con la mia sacca su una spalla. Mentre alla fermata aspettavo il pullman, sentii che qualcuno cercava di prendermela. Mi girai e mi trovai di fronte Stefano, sorridente come al solito. Dopo avermi salutato, mi propose di accompagnarmi lui, a scuola, così avremmo parlato un po’. Accettai.
Scoprii che aveva chiesto a Laura di trasmettermi dei messaggi che lei si era ben guardata dal comunicarmi, così come aveva accompagnato Giuditta perché gliel’aveva chiesto lei. Alla cena sapeva che ci sarei stata anch’io. Al di là della gioia momentanea subentrò però la tristezza, per me cosa cambiava? I problemi dell’età rimanevano, accidenti a me e quando mai gli avevo raccontato quella storia di essere sua coetanea. All’arrivo, ci demmo appuntamento per la sera, per andare in piscina. Quella sera, però, bigiammo. Ci rifugiammo da un Mac Donald’s e prendemmo un frullato mega. Tra una sorsata e l’altra Stefano, senza preavviso, mi disse a un certo punto:”Ti amo”. Pensavo di aver capito male, data la confusione che regnava nel locale. “Non mi dici niente?”, continuò. Il panico, insieme alla felicità mi travolse: “E ora?”, mi chiesi. Non osai rispondere. Mi limitai a sorridergli e cambiai discorso.
Quando tornai a casa, il cuore mi ballava, da una parte, ma dall’altra avevo un piccolo inferno, dentro di me. Pensai tutta la notte come avrei potuto la verità, sulla mia età, ma tutte le parole mi sembravano inadeguate. Mi vergognavo, di avergli mentito, cosa avrebbe pensato, di me? E poi, fra di noi si era instaurato un bel rapporto di amicizia, di condivisione di interessi che andava oltre l’interesse amoroso, ci capivamo con uno sguardo, a volte iniziavamo a parlare contemporaneamente dicendo la stessa parola, e mi sarebbe dispiaciuto veramente moltissimo perderlo anche come amico.
Uscimmo ancora insieme, qualche volta, e cominciò a parlarmi dell’amore che provava verso di me. Io rimanevo sempre sul vago, scherzando sulle sue parole. Una sera però, si offese perché non lo prendevo sul serio. Allora, dopo una notte insonne, mi alzai e gli scrissi di getto una lettera, dove gli spiegavo le ragioni della mia riluttanza a iniziare una storia d’amore con lui. Ci incontrammo al pomeriggio per andare al cinema. Ogni tanto toccavo la lettera, nella borsetta, pensando che quella era l’ultima volta che ci vedevamo. Ma era meglio chiarire una volta per tutte, piuttosto che vivere nell’incertezza. Dopo il cinema andammo a mangiare una pizza, ma la mia rimase quasi tutta nel piatto. Quando ci salutammo, tirai fuori la lettera e gliela diedi, raccomandandogli di leggerla a casa. Voleva sapere perché, cosa c’era scritto, ma lo salutai e me ne andai di corsa..
Una notte d’inferno: cercai di immaginare le sue reazioni: delusione, disistima, indifferenza, divertimento… Non ci pensai più. La mattina successiva era sabato, per cui non andavo a lavorare, ed ero solita poltrire a letto fino a tardi. Quando sentii bussare alla porta, guardai l’orologio: erano appena le sette del mattino! Aprii e… era Stefano. Non mi lasciò il tempo di parlare.
“Non ho potuto aspettare di più, mi disse, cosa vuoi che m’importi se hai venti o trent’anni? Io ti amo, con te sto bene, e voglio passare con te tutta la vita. Ci sposiamo?”
Alla prima reazione di incredulità seguirono lo stupore, la meraviglia e poi un’esplosione di gioia. Il Paradiso, insomma.
Il nostro Paradiso dura ormai da più di vent’anni, alimentato quotidianamente dall’amore.  Stefano è ancora il mio migliore amico, con lui posso parlare di tutto, è come se parlassi con me stessa. Stiamo bene, anche in silenzio.
Battibecchi, discussioni, problemi quotidiani, lui sta al computer delle ore, a me piace scrivere e leggere, io non sono una brava padrona di casa, lui è disordinato, io sono ingrassata, ma seguiamo insieme la dieta per dimagrire, io sono rigida coi figli, lui ci parla di più e meglio, la nostra casa sembra il magazzino di un rigattiere, facciamo sempre tutto di corsa e all’ultimo minuto ma… non cambierei la mia vita e il mio compagno per nessun motivo al mondo.


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